A te che stai leggendo: sono certa che sapresti dirmi il titolo del tuo film preferito e con buone probabilità anche chi l’ha girato. Ma sapresti dirmi anche chi ha curato la fotografia? La figura del* DOP, Director of Photography, passa infatti troppo spesso in sordina, relegata in secondo piano rispetto a quella del* regista, ma si tratta di una visione miope: la presenza del* DOP è essenziale alla realizzazione visiva, formale ed emotiva di un film.

Per questo abbiamo deciso di lasciare la parola direttamente a chi lo fa di lavoro: Lucia Rinaldi, direttrice della fotografia italiana trasferitasi nel 2017 negli Stati Uniti, dove si è formata all’American Film Institute per poi partecipare nel 2020 ai BAFTA Newcomers. Classe 1991, modenese di nascita, abbiamo parlato con lei di cinema, femminismo disparità di genere e cappelletti (non tortellini!). 

Ciao Lucia, buongiorno e buon caffè online! Parlaci di te: come ti descriveresti?
Sono silenziosa, direi. Sono anche del segno del Leone, nel quale mi rivedo per alcune caratteristiche archetipiche, come l’essere orgogliosa e determinata. 

Qual è il tuo background personale e artistico?
La mia formazione è iniziata inconsciamente attraverso i miei genitori, che sono sempre stati dei grandi cinefili. Quando ero piccola e non sapevo neanche ancora leggere guardavamo film sottotitolati da ogni parte del mondo, persino arabi o cinesi, lasciandomi trasportare solo dalle immagini… Crescendo, la fruizione filmica mi ha sempre trasmesso una certa serenità, e questo mi ha fatto capire che sarebbe stata la mia strada. Così ho lasciato Modena e ho tentato la strada dell’emancipazione, prima frequentando il corso di Media e Design alla NABA di Milano e poi conseguendo un master professionalizzante negli USA.

Sei una voce della famosa fuga dei cervelli…
Ho sempre voluto ritenermi parte del fenomeno, ma non so quanto cervello sia in fuga nel mio caso [ride, NdR]. Quando mi sono trasferita a Los Angeles per il master all’American Film Institute il primo giorno sono andata a prendere un caffè, mentre le altre persone del corso stavano scrivendo uno script. Per la prima volta ho pensato di essere finalmente nel posto giusto.

Hai riscontrato differenze sostanziali tra Italia e America?
La mia ricerca di un’alternativa all’Italia nasce dal fatto che ho sempre trovato il mio paese un posto molto inospitale per le donne: o perché sei troppo giovane o perché sei semplicemente donna. Quando mi sono trasferita in America ho trovato un ambiente del tutto diverso, a partire dalla mentalità.

Ad esempio?
Beh, soprattutto per come esprimono le loro opinioni e per come si aspettano venga formulata una risposta. Devi usare le parole con il contagocce. 

“Le parole sono importanti” diceva Nanni Moretti. Dunque la questione del sessismo e degli stereotipi di genere sono meno presenti nel contesto americano?
Si tratta di due declinazioni diverse dello stesso problema. In Italia, dal mio punto di vista, me è una questione molto più radicata nella cultura e si insinua in tutte le sfere della vita in maniera subdola. Negli Stati Uniti, invece, le donne sono più allerta, forse anche perché esiste una tendenza alla prevenzione maggiore e manifesta: ad esempio, sul set esiste una figura professionale che si occupa di gestire questioni come la discriminazione o le molestie. 

Ho visto che fai parte dell’Associazione WIM (Women In Media). Vuoi parlarcene?
WIM è un’associazione gestita da donne per le donne nell’ambito dei media e dei film. Quando sono arrivata negli Stati Uniti vedevo queste associazioni come una soluzione un po’ aggressiva, come se si volesse ribaltare tutto lo stato di gestione dei set; adesso mi sono ricreduta e penso che siano necessarie. Ci occupiamo di dare lo stesso grado di accessibilità ai set, di supportare nella denuncia, se necessario, di segnalare persone o produzioni discriminatorie e così via. La cancel culture è un ostracismo meritato, secondo me. In quanto a gender gap, personalmente percepisco lo stesso stipendio dei miei colleghi maschi. In effetti, ultimamente l’industry si sta svegliando: stanno cercando di invertire la marcia, assumendo spesso quelli che prima erano gli “ultimi” per cavalcare l’onda della diversity. Sembra condiscendente e può diventare un mero token, ma penso sia un’occasione che, se sfruttata con intelligenza, farà sì che questa visione diventi la norma. 

Ci consiglieresti altre giovani donne da tenere d’occhio?
Assolutamente! Lilia Carlone, Erin Wesley e Hanna Radjawanè

Facciamo un passo indietro per i meno esperti: che figura è quella del* DoP?
Si occupa della fotografia cinematografica di un film. Che significa lavorare con le luci, i movimenti della camera e la composizione del quadro insieme al* regista, che detiene la visione completa del progetto. Il mio è un compito molto preciso. Come una specie di traduttrice, scandaglio tutto il testo filmico nella sua dimensione astratta, conferendogli una forma plastica.

Come avviene questo tuo processo creativo di traduzione dell’idea di un’altra persona in immagine? 
Per me è come leggere la mente di qualcuno. Per rendere bene la sua idea, devo sempre avere una certa familiarità con la storia, immedesimandomi con ciò che succede, così che la mia sensibilità risulti autentica. Non è difficile: è lo stesso processo che facciamo durante l’infanzia quando ci leggono le favole e creiamo il nostro piccolo cinema nella testa.

Guardando i tuoi lavori ho notato che riservi un’attenzione specifica per il colore. Come definiresti il tuo stile? Hai qualche modello a cui ti ispiri?
Sembra che io abbia una predilezione per i colori caldi, ma non saprei dirti perché… Le mie reference sono Lost in Translation e Gummo. Entrambi film lenti, girati in pellicola, con toni molto caldi. Gran parte del pubblico non si accorge di queste cose, ma fanno parte dell’intero mood della storia. Il mio ruolo è questo: trasmettere emozioni anche solo cambiando di poco la temperatura di un colore. È una cosa che arriva dritta al subconscio. 

Purtroppo, però, voi siete le figure che operano nelle retrovie della gloria…
È la storia della mia vita. Miglioriamo lavori altrui e creiamo innovazioni, ma poi mai nessuno si ricorda dei nostri nomi. Ma va bene così… salvo il pubblico cinefilo da questo giudizio. 

E adesso che fai parte dei BAFTA Newcomers, come ti senti?
Quella è stata una sorpresa, essere riconosciuti dal BAFTA è una grandissima soddisfazione. Quando mi sono iscritta non pensavo di avere alcuna possibilità di entrare, soprattutto per lo stato delle cose attuali. Ma adesso che è successo il mio 2020 è migliorato di molto. Mi dispiace solo di dover fare questa esperienza online, anche perché negli USA grande parte del lavoro è basato sul network, sul creare connessioni di qualità.

Quali sono i tuoi lavori più recenti?
Sto lavorando a un lungometraggio e un video musicale, entrambi ancora in post produzione. Il film si intitola Say Something Funny, ed è una dark comedy – genere che va molto di moda ultimamente, dato che si soffre parecchio di depressione.

Siamo giunte alla fine della nostra chiacchierata. Cosa farai adesso? 
Vado a cucinare come una nonna emiliana!

Rébecca Mathilde Romano