Voto

6

Nel dicembre del 2016 Camila Cabello annunciava il suo allontanamento dalle Fifth Armony per dedicarsi alla ricerca di una maggiore libertà creativa, slegata dalle imposizioni di autori e produttori. Quello che doveva essere un congedo pacifico, si è trasformato in un polemico botta e riposta tra le due parti (insomma, il teatrino allestito dalla girl band sul palco degli MTV Video Music Awards lo scorso agosto è difficile da fraintendere) che ha alzato esponenzialmente le aspettative in vista dell’album della neo-solista.

Con Camila, effettivamente, l’artista sembra respirare aria nuova: tutti i brani portano la sua firma, accompagnata da quelle di veterani del settore (uno su tutti Justin Tranter, già autore della Spears e di Selena Gomez, ma anche Amy Wadge e Ryan Tedder dei One Republic). Anche il team di produttori sembra aver ben compreso le intenzioni della Cabello: cercare il punto di unione e di equilibrio tra le sue radici latine e l’hip hop frizzante e sensuale che ha caratterizzato la sua carriera all’interno della band. A tal proposito Havana è il suo biglietto da visita nonché canzone scalaclassifiche, calibrata e accattivante, ma il brano non trova degni compagni all’interno della tracklist (salvo qualche eccezione, tra cui She Loves Control).

Dal punto di vista strutturale, a Camila non manca nulla: si balla, si piange, si ride e ci si emoziona, ma i toni rimangono ancorati a un pop mescolato a un soul piatto e banale, che non riesce a farsi forza dell’influenza etnica portata dall’autrice, necessaria a rendere l’album originale e un debutto con i fuochi d’artificio.

Giulia Tagliabue