Voto

8

Il mondo in cui viviamo è diventato misterioso: sentiamo che qualcosa non va, sotto la superficie funzionante della modernità, ma il mondo non è in grado di spiegarci cosa. Sembra quasi di trovarsi di fronte a un gigantesco puzzle e le persone, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dallo status sociale, sono piene di rabbia. I giovani, soprattutto. Non trovano risposte nel presente e non riescono a identificare un obiettivo, sentendosi impotenti”. Le parole del regista Chang-dong Lee permettono di dischiudere Burning, accogliendo il fascino magnetico di un film complesso, enigmatico e stratificato. Quando questo mondo moderno sembra sfuggirci tra le mani, quando l’angoscia esistenziale si impossessa di noi mentre cerchiamo disperatamente di capirci qualcosa, non resta che aggrapparsi all’unica cosa che ci resta e di cui siamo certi: la nostra percezione. “Non devi sforzarti di immaginare che quella cosa ci sia. Devi piuttosto smettere di pensare che non ci sia.” dice Ben a Jongsu, rivelando la chiave di lettura del film.

Che poi questa percezione corrisponda o meno al tutto, poco importa. Importa il “fenomeno”, inteso come ciò che appare e si manifesta nella percezione, che non coincide necessariamente con l’oggetto che esiste nello spazio-tempo al di là della nostra percezione. Tutto ciò che vediamo, il reale, può essere messo in discussione, fino a insinuare che sia solo il prodotto della nostra immaginazione. Ma niente e nessuno potrà mai negare il contenuto della nostra percezione, che esula da qualsiasi dubbio. Ed è questa tutto ciò che abbiamo, o che ci rimane; a noi come al protagonista.

Il senso precario di incapacità di afferrare il reale, di individuare un discrimine tra reale e immaginario, tra oggetto e percezione, sia un gatto, una camera da letto o l’esistenza in toto, annienta progressivamente Jongsu, privandolo uno dopo l’altro di tutti i suoi appigli che lo tengono agganciato al reale. E così lo spettatore, inglobato nel suo punto di vista fino a chiedersi se ciò che succede al di là delle percezioni di Jongsu sia reale o immaginato, ma senza trovare risposta nei 148 minuti di durata del film: ogni conversazione, incontro, evento, persona, oggetto, situazione viene rappresentata attaverso il filtro del suo punto di vista, come in un flusso di coscienza immersivo e totalizzante. Se Jongsu si perde nel caos della realtà e diventa solo pura percezione, così anche lo spettatore. E quando questo senso di perdita dei punti di riferimento invade anche i ricordi, la memoria e il passato, l’angoscia si fa totalizzante.

Agganciandosi alla filosofia fenomenologica del Novecento, Chang-dong Lee assimila le riflessioni di Husserl per riversarle in un film di genere, un thriller noir destruturato, sospeso e rarefatto, che sotto alle indagini sul mistero di una scomparsa inspiegabile cela un’indagine sull’altrettanto inspiegabile sul mistero della scrittura e del racconto. La trama esile e semplice si fa via via sospesa, come la soggettiva di un narratore incapace di trovarsi, di trovare la sua storia e, quindi, di raccontarla. Lui è Jongsu, un giovane laureato che vive di espedienti a Paju, nella Corea del Sud, mentre cerca di realizzare il suo sogno di diventare uno scrittore. Un giorno, per puro caso, incontra la sua ex compagna di scuola Hae-mi, fresca di una chirurgia plastica che le ha trasformato il viso (e già iniziano i problemi di posizionamento tra reale/percezione), e se ne innamora, tanto da accettare di tenerle il gatto mentre lei parte per saziare la sua “fame di vita” in un viaggio in Africa. Quando va a prenderla all’aeroporto, però, non sono soli: Hae-mi è insieme a Ben, un ragazzo conosciuto in viaggio che si rivelerà una sorta di Gatsby 2.0, uno di quei ricchi misteriosi che non sai bene come mai lo siano e che cosa facciano.

Jongsu e Hae-mi litigano furiosamente e da quel giorno la ragazza scompare per sempre. Si innesca così un’indagine vorticosa in cui il passato traumatico di Jongsu, i racconti di Hae-mi continuamente messi in discussione e i misteri che avvolgono Ben si intrecciano come in Quarto Potere, stimolando riflessioni sulle disparità di classe, sulla gelosia, sulle insicureze, sul legame denaro-potere e sulla Corea del Sud, shiacciata come i protagonisti tra il progresso sfrenato del capitalismo moderno e le pressioni di un passato che i megafoni della Corea del Nord non mancano di amplificare.

Benedetta Pini