“Fellini è una savana piena di sabbie mobili”, così scrive Pasolini nel 1957, ricordando il loro primo incontro. Era un giovane scrittore che iniziava allora a decodificare il linguaggio delle immagini con in tasca una montagna di libri di filologia, ancora un po’ intimidito dal mondo del cinema e dai personaggi che lo popolavano. Ma del resto è difficile non sentirsi così di fronte a un maestro come Federico Fellini: esplorare il suo territorio significa imbattersi in mondo oscuro e magico, dove realtà e finzione si prendono gioco dell’avventato esploratore, illudendolo con la magia, ferendolo con la realtà e stordendolo con una dose di mistero. Qualche anno più tardi, ne La ricotta, Pasolini metterà in scena un regista interpretato da Orson Welles, che per descrivere Fellini a un giornalista si limita a dire: “Egli danza, egli danza, egli danza…”.

Nel 1939, a diciannove anni, Fellini lascia Rimini e gli studi universitari per bussare alla porta della redazione della rivista “Marco’Aurelio” di Roma con una cartella piena di vignette e disegni. Da quel momento inizia la sua carriera da ideatore di gag, disegnatore e soggettista. Stacco netto, siamo nel 1952: Fellini ha firmato 25 sceneggiature e si trova sul suo primo set come regista de Lo Sceicco Bianco. Fellini danza, danza con l’immaginazione da un medium all’altro, mescolando le sue reminiscenze da giornalista e vignettista al linguaggio cinematografico con una spontaneità strabiliante. “La forza dell’immaginazione di Fellini, così difficile da definire perché non si inquadra in nessuna cultura figurativa, trova le sue radici nell’aggressività ridondante e disarmonica della grafica giornalistica. Una matrice comunicativa popolare, quest’ultima, che Fellini non ha mai perso, nemmeno quando il suo linguaggio si è fatto più sofisticato” così ne parla Italo Calvino.

La continuità del Fellini disegnatore-umorista e del Fellini cineasta si riscontra nel personaggio di Giulietta Masina e in tutta la “zona Masina” (definita così da Italo Calvino) della sua opera, cioè in quella poeticità rarefatta, che ingloba la schematizzazione figurativa delle vignette umoristiche e si estende – attraverso le piazze paesane de La Strada – al mondo del circo e alla malinconia dei clown; e sarà quest’ultimo uno dei motivi più insistiti dell’immaginario felliniano, corrispondente a un punto di vista infantile e disincarnato del mondo. Gli anni in cui Pasolini incontra Fellini sono quelli in cui avviene una vera e propria rivoluzione all’interno del suo percorso artistico: se da un lato ritorna continuamente a trattare uno stesso nucleo ristretto di temi, seppur variandoli sottilmente in forme e modi – come il tema della redenzione, che troviamo ne La strada così come ne La dolce vita o in Fellini Satyricon –, dall’altro, tra il 1954 e il 1969, il suo stile cinematografico subisce trasformazioni così profonde che le sue opere finiscono col distanziarsi nettamente tra loro. Sono gli anni di 8 1/2 (1963), Giulietta degli spiriti (1965), Toby Dammit (1968); sperimentazioni che Fellini effettua nel momento di massima espressione del cinema moderno, stravolgendo l’esperienza dello spettatore.

Passando attraverso quattro decadi di complesse rivoluzioni tecniche avvenute all’interno dell’industria cinematografica, Fellini ha iniziato la propria carriera quando il cinema rispondeva a un bisogno di distanza dal reale, di dilatazione dei confini della realtà e si è poi ritrovato, in tarda età, ad affrontare un cinema che, al contrario, trasmetteva un senso irreversibile di vicinanza, claustrofobia, declinato da Fellini non in senso esplorativo-documentario ma introspettivo, che forza lo spettatore a riflettere sul proprio esistere quotidiano e sul rapporto con se stessi. Prima di essere cineasta, Fellini è stato spettatore, e prima di essere vignettista, è stato lettore di vignette: per questo riesce a toccare nel profondo, a farci ammettere quanto sia vicino ciò che più vorremmo allontanare. Fellini conosce lo spettatore e lo invita a ballo, lo fa danzare in una savana piena di sabbie mobili, nella provincia ma anche a Roma e nella dialettica tra questi due poli; Fellini invita al ballo anche il critico, lo storiografo, il giornalista in sabbie mobili ancor più profonde. Tanti auguri, Federì.

Anna Pennella