Voto

8

In nessun’altra occasione, a parte i sette anni che hanno separato The Ghost of Tom Joad (1995) e The Rising (2002), un disco di Bruce Springsteen ha sofferto una gestazione lunga come quella di Western Stars. In una recente chiacchierata con Martin Scorsese sul palco dei Raleigh Studios in occasione di uno evento organizzato da Netflix, Springsteen ha parlato di una crisi creativa che gli ha impedito di scrivere materiale, rimasto inedito per anni dopo Wrecking Ball (2012). Qualcosa, però, è cambiato nell’ultimo anno, tanto da portarlo a realizzare ben due progetti: uno insieme alla E-Street Band, atteso per il 2020, e uno da solista, ovvero Western Starsuna piccola anomalia nel suo percorso artistico.

Tredici brani definiti dallo stesso Springsteen come un omaggio a cantautori californiani del calibro di Glen Campbell e Burt Bacharach. Si parla di canyon, eroici Stuntman (“I got two pins in my ankle and a busted collarbone/A steel rod in my leg, but it walks me home/At nine, I climbed high into the boughs of our neighborhood’s tallest tree/I don’t remember the fear, just the breeze”, Drive Fast (The Stuntman)) e coyote, ma anche di John Ford e John Wayne, riferimenti cinematografici che ricorrono più volte durante l’ascolto dell’album.

Brano dopo brano Western Stars si crogiola nella produzione di Ron Aniello, che mette al centro del progetto una magnificenza sonora composta da archi e violini creando l’ideale connubio tra il concept dei testi e la struttura compositiva dei brani. Giunto al diciannovesimo lavoro in studio, Springsteen continua a scrivere, pagina dopo pagina, la storia della canzone tradizionale nel grande romanzo americano.

Christopher Lobraico