Voto

7

Ogni volta che esce nuovo materiale dei Bring Me The Horizon – e si potrebbe estendere il discorso a tutti gli altri esponenti metalcore/pop punk anni Duemila come Linkin Park, You Me at Six, A Day to Remember – si scatena un fenomeno di hating di massa perché “non hanno più il sound dei primi tempi”. In effetti, dal loro esordio nel 2004 sono trascorsi tre lustri: di acqua sotto i ponti ne è passata, e non poca; tsunami di variazioni, assestamenti e invenzioni out of the blue hanno costellato il percorso musicale della band. Ma a risultare davvero poco digeribile per gli ascoltatori più incalliti è stata la scelta “addolcire” il loro suono con l’aggiungendo di un layer pop.

C’è comunque chi si schiera dalla parte di questa nuova linea adottata da Oliver Sykes e Jordan Fish, il tastierista della band diventato sempre più centrale dopo la svolta electronicore e alt pop degli ultimi dischi (Sempiternal e That’s the Spirit) e affermatosi prepotentemente in amo. Non a caso l’album vede Fish alle produzioni. Le flotte di aficionados dei primi esperimenti BMTH (grindcore, death metal ed emo) dovranno però convenire che, per quanto possa distanziarsene, questo simil-concept album sull’amore che – come ha spiegato Sykes – “esplora ogni aspetto di quell’emozione, ha a che fare con il cattivo e il brutto… più sperimentale, più vario, strano e meraviglioso di qualsiasi altra cosa che abbiamo fatto prima”, unendo synth metallici e atmosfere dark wave (pazzesco il featuring con Grimes in Nihilist Blues), è andato oltre la semplice volontà di trasgressione.

Si tratta, infatti, di una presa di posizione in difesa del concetto di “art for art’s sake”, l’arte per l’arte e non per monetizzare. Un messaggio ancor più sentito se a esprimerlo non è la band nel garage dei vicini ma una delle realtà musicali più note e longeve. Anzi, ciclicamente si sono diffusi dubbi sul futuro del gruppo, soprattutto a causa dei periodi afoni di Sykes (“si sarà rovinato la voce per sempre?” ci si chiedeva) e dallo scemare dell’interesse mediatico per quel genere. Eccoli invece tornare alla ribalta.

sugar honey ice and tea, delizioso falsetto per imprecare, e why you gotta kick me when I’m down?, viscerale esternazione della sua depressione in cui si miscelano momenti trap, basi low-fi e cori di voci bianche, sono tra i passaggi più affascinanti del disco. I BMTH insegnano ad amare un lavoro anche se non si inserisce all’interno dei canoni di un genere, premiando invece il coraggio e l’abbattimento di una mentalità ristretta.

Asja Castelli