Lo hanno definito “multiforme”, “polivalente”, “l’uomo del Rinascimento”, “futurologo”, “futurista inquieto” (Paul Morley), “il più formidabile paio di lobi frontali del mondo del rock” («Melody Maker») e David Sheppard, nella biografia dedicata a Brian Eno, si è spinto ad affermare che: “Rimane unico nel regno della musica e […] nessuna generazione successiva ha prodotto un nuovo Eno, mentre dai cicli delle maree della moda musicale vengono regolarmente tirati fuori nuovi Dylan” (David Sheppard, On Some Faraway Beach. La vita e i tempi di Brian Eno, Roma, Arcana, 2011).

Una presenza quasi universale nel mondo del rock, uno spirito avanguardistico sempre in anticipo sul tempo, che ha saputo fare da ponte tra lo sperimentalismo dell’arte concettuale e la popular music, un narcisista iridescente e androgino divenuto l’idolo delle ragazzine, un placido manipolatore di registratori e software, uno scienziato del suono, un pantagruelico interlocutore dei più arditi principi dell’arte e della cultura del ventunesimo secolo, un “non musicista” che ha rivoluzionato il modo di pensare la musica, la sua produzione e la sua diffusione: tutto questo è Brian Eno. Quale sia esattamente il suo mestiere? Impossibile dirlo con chiarezza; lo si potrebbe definire un “produttore discografico-musicista sperimentale-artista visivo-epistemologo-letterato-think tank costituito da una sola persona-creatore di profumi” (David Sheppard, On Some Faraway Beach. La vita e i tempi di Brian Eno, Roma, Arcana, 2011), anche se lui, in realtà, afferma di fare “il ragioniere”.

Nato e cresciuto nel malinconico paesino di Woodbridge, nel Suffolk (Inghilterra), Brian Eno deve molto al clima bizzarro e anticonvenzionale della Ipswich School of Art, luogo in cui la sua multiforme personalità cominciò a essere sbozzata. Qui il futuro musicista ebbe infatti l’occasione di venire a contatto con gli approcci anticonformisti di Roy Ascott e del pittore Tom Phillips e con l’art-rock di My Generation (1965) degli Who, disco in bilico tra arte e sfrontatezza rock’n’roll, con il fuzz pop atonale dei Velvet Underground, con la cibernetica e con la musica minimalista, in particolare con gli esperimenti su nastri magnetici di La Monte Young e Terry Riley e con i sistemi musicali del compositore Steve Reich. Ma fu soprattutto l’incontro con il trattato avanguardista di John Cage, Silence (diventato Vangelo per la generazione beat degli anni Sessanta), a cambiare per sempre in Eno l’idea con cui concepiva l’arte e la musica. L’ipotesi di “creare parametri, partire e vedere (o, piuttosto, ascoltare) cosa succede” (una sorta di “casualità controllata”, che sarà alla base delle future composizioni ambient di Eno), unita al celebre motto “Il processo, non il prodotto”, lasciarono un’impronta indelebile nella mente del giovane musicista.
Resosi noto prima tra le scuole d’arte e le università locali (irrequieto e insaziabile, organizzava conferenze che ospitavano i grandi dell’Avanguardia dell’epoca, durante le quali si esibiva in vertiginose performance “concettuali”), poi nel mastodontico circuito della popular music grazie al suo ingresso in quella che si sarebbe rivelata una delle più influenti glam band di tutti i tempi, i Roxy Music – periodo in cui Eno vestì i panni della rockstar eccentrica e provocatoria, dal gusto estremamente androgino e camp –, Brian Eno assunse con il tempo la fisionomia di un musicista sempre più impalpabile, attratto dagli ineffabili paesaggi motorik ed elettronici del krautrock teutonico.

Antesignana delle sue future composizioni ambient, la prima collaborazione con Robert Fripp, avvenuta per diletto l’8 settembre del 1972 a Leith Mansions, fu il primo esempio di quella che più tardi verrà chiamata da Eno “musica autogenerativa”, una musica, cioè, in grado di svilupparsi autonomamente una volta messa in moto. Da questa session sperimentale con loop multitraccia e gli arabeschi chitarristici di Fripp, i due musicisti diedero vita al primo lungo brano di No Pussyfooting (1973): The Heavenly Music Corporation, ottenuto sfruttando un complesso sistema di delay configurato dallo stesso Eno (e prima d’allora utilizzato soltanto da Terry Riley nel 1963). Era musica statica e ripetitiva, priva di sviluppi melodici, beat e pulsazione. Etereo, ipnotico e iridescente, l’unico scopo del brano era infatti quello di fondersi con l’ambiente e creare atmosfere. Una dichiarazione d’intenti che qualche anno dopo si sarebbe rivelata caratterizzante per la creazione di Discreet Music (1975), il primo spazio acustico in cui Eno diede consapevolmente forma al proprio concetto di musica d’ambiente.

Le circostanze che portarono alla nascita dell’ambient music sono ormai note. Dopo un brutto incidente che costrinse Eno a mesi di infermità, Judy Nylon portò in regalo al produttore un album di musica per arpa risalente al diciottesimo secolo. Prima di andarsene, la giovane musicista fece partire il disco, ma il volume dello stereo era estremamente basso e una delle casse aveva persino smesso di funzionare. Troppo stanco per riuscire ad alzarsi, Eno rimase così ad ascoltare il fievole suono delle arpe amalgamarsi al ticchettio irregolare della pioggia londinese, creando una sottile e indefinita superficie sonora evanescente.

Federica Romanò