Voto

7

Una produzione svedese decide di girare un lungometraggio sul più grande sportivo di sempre della nazione, Bjorn Borg. Il fulcro del film si concentra però sul celebre scontro finale di Wimbledon 1980, che vide lo scandinavo sfidare John McEnroe, simil-rockstar a stelle e strisce. Nel ruolo dell’intrattatabile atleta il bizzoso Shia LaBeouf, scelta del casting ai limiti del geniale.

Il merito della pellicola è quello di riuscire a stregare non solo gli amanti dello sport in questione: in primo piano c’è la tensione provata in diversi modi dai due campioni, avversari (ma non nemici) dalle personalità solo in superficie antinomiche, che agisce direttamente sui loro comportamenti e la loro psicologia. Lo spettatore è spinto a provare ammirazione per l’unicità del talento dei due, ma allo stesso tempo non gli è preclusa la possibilità di immedesimarsi nella vicenda grazie a una serie di flashback sulla problematica giovinezza dei protagonisti, che dilatano la narrazione di una sola giornata e contribuiscono alla costruzione di due profili anzitutto umani, in tutte le loro fragilità e paure. Queste due personalità si stagliano sullo sfondo di una sfida storica, cui il film gira attorno sapientemente, creando il giusto alone di epicità che trasforma (vedere la citazione in esergo al film per credere) una partita di tennis nell’evento chiave di una vita intera.

Pedersen dedica il finale a una rappresentazione, pressoché senza interruzione, dei momenti salienti della partita, servendosi di una regia che stringe su una serie di piani ravvicinati che raccontano il viso stravolto dei due sfidanti (ottime le prove di Skarsgard e LaBeouf), ben giostrate all’interno di una dinamica di campo-controcampo che segue la pallina senza sosta. Mentre i movimenti, rallentati, trasformano ogni inquadratura in un tableau plastico e di forte impatto estetico-emotivo.

Ambrogio Arienti