Voto

6.5

Poco prima del caso Weinstein un altro scandalo sessuale sconvolse il mondo dello spettacolo statunitense: quello di Roger Ailes (Mark Duplass), chief executive di Fox News, la cui parabola ascendente e poi discendente veniva raccontata anche nello show The Loudest Voice – Sesso e Potere (Now TV, 2019). Prima del #MeToo ci furono la conduttrice televisiva Gretchen Carlson (Nicole Kidman) e le altre donne che presero coraggio e decisero di denunciare le molestie subite in ambito lavorativo dall’amministratore delegato del network d’informazione numero uno negli Stati Uniti. Questo film è la dimostrazione simbolica che, seppur con fatica, il crollo di un sistema lavorativo e sociale sessista, e in generale tossico, è possibile attraverso la tenacia, necessaria per portare avanti una verità che viene costantemente insabbiata. Privo di sale cinematografiche italiane in cui venir proiettato a causa dell’emergenza coronavirus ma disponibile in streaming dal 17 aprile su Prime Video, Bombshell è il meticoloso racconto della caduta di un potente e autorevole uomo, che per anni e anni ha influenzato buona parte dell’opinione pubblica americana attraverso il mezzo televisivo. Una torbida vicenda portata sullo schermo con un ritmo vertiginoso e serrato, che ha luogo all’interno di un edificio dalla struttura complessa dove l’autenticità delle ingiustizie dichiarate sfida i giochi di potere consolidati.

Ambientato durante le presidenziali tra Donald Trump e Hillary Clinton, un momento storico in cui l’idea di un presidente degli Stati Uniti donna sembrava qualcosa di possibile ed estremamente vicina, il film attira immediatamente l’attenzione col personaggio di Megyn Kelly (Charlize Theron), al quale spetta il compito di spiegare l’assetto redazionale di Fox News attraverso la rottura della quarta parete. Tecnica che viene velocemente persa nel corso della narrazione, rivelandosi quindi un palese stratagemma per alleggerire una necessaria spiegazione della gerarchia dell’emittente televisiva, il cui vertice è occupato dal magnate dei media Rupert Murdoch. La dovizia di particolari sostanzia buona parte della sceneggiatura di un film che si poggia infatti su un ottimo cast, in particolare Charlize Theron e di Margot Robbie, candidate all’Oscar 2020 rispettivamente per miglior attrice protagonista e miglior attrice non protagonista.

Il personaggio interpretato proprio da Margot Robbie è l’unico completamente originale. Rappresentativa di molte donne giovani e ambiziose invischiate in dinamiche lavorative nocive, Kayla è una ragazza che si ritrova ingenuamente a cedere alle pressioni e molestie del boss. Il suo breve confronto con Megyn Kelly porta alla luce un quesito centrale: perché le precedenti vittime non hanno parlato anche solo per evitare che la stessa sorte toccasse ad altre colleghe? Questa e altre riflessioni vengono però sempre velocemente accantonate, e lo sviluppo psicologico dei personaggi è ridotto quasi all’osso (a eccezione dell’unico, timido tentativo con Kayla). Il risultato è il racconto disilluso di un fatto di cronaca che è già una pagina di storia della condizione femminile sul lavoro, ma rimane didascalico e asettico, privo di un taglio introspettivo e umano, di pathos emotivo che scuota il pubblico di fronte alle dinamiche disgustose, quanto consuete, di un sistema dalle conseguenze insanabili nelle vite di persone instabili e ferite per sempre.

Francesca Riccio