Voto

7.5

L’avvento della computer grafica 3D ha portato molte persone a pensare che l’animazione 2D fosse morta, o comunque superata. Dal primo Toy Story del 1995 al recentissimo Raya e l’ultimo drago è diventato sempre più evidente come l’animazione CGI (Computer Generated Imagery) detenga il primato del settore da un ventennio. Tuttavia, come il lavoro magistrale portato avanti dallo Studio Ghibli negli anni, l’animazione “artigianale” frame by frame è viva e vegeta, e Bombay Rose di Gitanjali Rao (vincitrice di un Young Critics Award al Festival di Cannes nel 2006 per il corto animato Printed Rainbow) ne è un’ulteriore prova. Presentato in anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia nel 2019 e proiettato lo stesso anno al Toronto International Film Festival nella sezione Contemporary World Cinema, l’opera è un gioiellino della cinematografia animata indiana contemporanea.

Bombay Rose (disponibile su Netflix) racconta uno stralcio di vita nella cittadina di Bombay (attuale Mumbai) dove la storia d’amore tra due giovani, Kamala e Salim, si intreccia a tematiche socio-politiche. Kamala, scappata con il nonno e la sorellina Tara dopo che il padre aveva sfruttato la terza figlia ancora bambina per un matrimonio fruttuoso, riesce a stento a mantenere la famiglia e l’istruzione della sorella, lavorando come tessitrice di fiori. Salim, venditore di fiori musulmano, si innamora della ragazza e tra i due inizia un corteggiamento a distanza, fatto di sguardi intensi e sogni ad occhi aperti. Entrambi amano vivere nelle proprie fantasie, trovando rifugio da una realtà ben più crudele fatta di prostituzione, sfruttamento minorile e povertà. La loro storia si intreccerà con quella della signora D’Souza, ex attrice e insegnante di inglese di Tara, la cui quotidianità è segnata da ricordi e passioni mai dimenticate.  

Realtà e sogno sono due livelli ben distinti e costantemente alternati nel corso del film: le fantasie dei protagonisti infatti occupano buona parte della storia, materializzandosi a partire dall’ambiente circostante attraverso colori più saturi e brillanti e disegni dal tratto più definito. In questo modo lo spettatore si ritrova catapultato nella mente e nell’anima del personaggio, del quale riesce a cogliere desideri e paure attraverso una caratterizzazione che è in buona parte affidata all’animazione. L’elaborazione artistica dei sogni ad occhi aperti dei protagonisti infatti varia in base al background culturale di ognuno: se l’universo onirico della giovane Kamala risente degli usi, costumi e atmosfere hindu nelle quali è cresciuta, quello del musulmano Salim richiama simbologie legate alla figura di Maometto (per esempio il cavallo alato con testa di donna) e la sua passione per le storie eroiche di Bollywood. Con questo accorgimento, il team di animatori è sfuggito al rischio di creare delle macchiette prive di profondità, dando vita a personalità ben individualizzate. Come ha dichiarato la disegnatrice, produttrice e regista Gitanjali Rao a tal proposito, fin dalla fase preparatoria del lungometraggio il focus è stato posto soprattutto sull’interiorità dei protagonisti, tanto che doveva esserne accuratamente specificato il mindscape in ogni singola tavola del fittissimo storyboard di partenza.

Tuttavia, questo tipo di approccio ha compromesso notevolmente l’intreccio che appare confuso e statico: gli eventi si susseguono senza mai evolvere del tutto, interrotti dalle fantasie dei protagonisti che, per quanto efficaci a livello emotivo, nel flusso narrativo si fanno invasive. L’empatia che lo spettatore riesce ad instaurare con Kamala e Salim infatti, suscita in lui il desiderio e la curiosità di vedere come agiranno di conseguenza, cosa che non accade, riducendo le loro riflessioni a meri flussi di coscienza. Alcune dinamiche inoltre vengono solo accennate e mai chiarite, e anche i plot twists finali funzionano principalmente perché smuovono una vicenda per lo più piatta, senza turbare. Ciò che tiene alta l’attenzione nei 90 minuti di pellicola, e che resta nella mente dello spettatore una volta terminata la visione, è quasi esclusivamente la magnificenza delle immagini e una colonna sonora ipnotizzante: melodie che richiamano atmosfere esotiche, ma anche una contemporaneità che profuma ancora di tradizione. Bombay Rose infatti rappresenta entrambe le cose: tanto la confusione della città, frenetica e vivace, quanto la magia e la quiete di una cultura antica; e le storie mitiche di Bollywood, di cui Mumbai è ancora oggi la capitale, sembrano solo un miraggio in una realtà difficile e spesso ingiusta, dove gli eroi sono coloro che amano e i finali felici lasciano sempre l’amaro in bocca. 

Diletta Culla