1. Life is a b***h

“Questo non è Friends, ma uno show connesso con le persone. [Uno show che] cambia il loro modo di vedersi o permette loro di articolare sentimenti che non sono mai stati in grado di riconoscere prima” questo – nelle parole dell’autore Raphael Bob-Waksberg – è sempre stato il concept di BoJack Horseman. Dopo 6 stagioni di depressione, ansia, errori madornali, pentimenti e ancora nuovi errori, il protagonista abbandona le scene, e non lo fa con quell’attitudine grandiosa e sommessa allo stesso tempo con cui vi era entrato. Per sopravvivere a un’offerta seriale sempre più vasta e competitiva, molte serie puntano sul fanservice, creano grandi franchise, e momenti iconici o cercano spasmodicamente il colpo di scena. Ma non BoJack, che sceglie il silenzio, lasciando i personaggi a guardarsi negli occhi. Rimane solo la vita, che scorre inesorabile, e ci chiede – volenti o meno – di farne parte. Il finale, dunque, conferma ciò che ha reso BoJack Horseman una delle serie migliori degli ultimi anni: la sua capacità di sviscerare i nostri pensieri più grigi e le nostre più concrete paure attraverso un mondo assurto e coloratissimo popolato da animali antropomorfi.

2. Il panorama a metà strada

Fin dalla prima stagione Bojack Horseman ha mescolato stili di animazione diversi con efficacia, rendendo questa scelta espressiva la cifra delle produzioni Tornante – dal ritmo lisergico di Tuca & Bertie alla fluidità di Undone. Anche l’ultima stagione sviluppa un paio di episodi sorprendenti e in questo senso, ben lontani dalla solita formula dell’animazione per adulti, fatta di gag spinte e umorismo boomer.  In Un trauma positivo e Il panorama a metà strada, ad esempio, prende forma un mondo onirico e lisergico che restituisce il mondo interiore dei personaggi, le ansie e le insicurezze degli adulti degli anni ’10, e lo fa in modo brutale e immediato, diventando il volto di quel senso di impotenza e di sconfitta che la nostra contemporaneità porta con sé.

3. Vivere e morire a Hollywoo

La serie non ha mai risparmiato un’ironia feroce nei confronti di Hollywood – ha parlato di sexual harassment molto prima che scoppiassero gli scandali Cosby e Weinstein -, e anche l’ultima stagione si inoltra nel marcio dello showbiz, raccontando la ricerca spasmodica dello scandalo da parte dei mass media e di come il pubblico finisca sempre col perdonare qualsiasi cosa ai propri beniamini. Con la stessa velocità con cui la morte di Kobe Bryant ha magicamente cancellato le accuse di stupro a suo carico (almeno per l’opinione pubblica), così Bojack passa da figura stimata e rispettata a personaggio più odiato della nazione, per poi venire di nuovo abilitato. L’intento della serie è quello di portare gli spettatori dall’altra parte dello schermo, proprio dentro alle alle vite apparentemente dorate dei loro idoli, mostrandoli in tutte le loro imperfezioni e oscurità.

4. Miglior attore non protagonista

Nelle interviste rilasciate negli ultimi mesi, il creatore della serie Raphael Bob-Waksberg non ha mai nascosto il proprio disappunto per la decisione unilaterale di Netflix di chiudere la serie. Le conseguenze di questa scelta si manifestano proprio negli episodi finali: sebbene tutti i personaggi concludano il proprio percorso, spesso si tratta di soluzioni superficiali. La sottotrama di Todd si risolve infatti senza portare del tutto a compimento quella svolta drammatica paventata nella prima parte della sesta stagione, mentre l’arco narrativo di Mr. Peanutbutter viene accantonato, rinunciando ad approfondire la complessità che il personaggio aveva guadagnato nelle ultime stagioni. In una serie molto meno incentrata sul suo protagonista di quanto il titolo possa suggerire, la chiusura frettolosa dei personaggi secondari minare l’efficacia complessiva della serie, lasciando il rimpianto di quello che avremmo potuto vedere se solo la storia avesse avuto più tempo.

5. Season Finale

Oggi Netflix è il colosso dello streaming, ma non bisogna dimenticarsi che proprio BoJack Horseman era stata una delle sue prime serie originali di successo. Se nel 2013/2014 non erano più di 5 (tra cui House of Cards, Orange is the New Black, Narcos), nel 2019 sono stati distribuiti più di 40 prodotti firmati Netflix, tra film e serie. Con l’apertura delle produzioni nazionali e la nascita di nuovi servizi concorrenti, la strategia di Netflix sembra voler puntare sulla quantità, in termini numerici, di genere e di provenienza, a discapito della qualità. Ma quante di queste nuove serie hanno lasciato il segno?

Francesco Cirica