Voto

7

Dopo aver militato tra le file di gruppi leggendari come i Jesus & The Mary Chain e i Primal Scream di Screamadelica, lo scozzese Bobby Gillespie torna in studio collaborando con la cantante e musicista originaria di Poitiers Jehnny Beth. L’album che hanno realizzato insieme si intitola Utopian Ashes, ovvero le ceneri di un’utopia spesso idealizzata come quella del matrimonio, che però in questo disco si disgrega nella delusione, nel senso di colpa e nell’imbarazzo. Accompagnati entrambi da fidati collaboratori di vecchia data, da tre Primal Scream nel caso di Gillespie e dal compagno Johnny Hostile per Beth, i due musicisti hanno dato vita ad un disco in cui risultano vividi i richiami alla musica di Nancy Sinatra, Serge Gainsbourg e Lee Hazelwood. Si tratta di nove ballate pop in cui riecheggiano alcuni stilemi degli anni Settanta che si mescolano a loro volta con la produzione di Brendan Lynch (Paul McCartney, Noel Gallagher, Paul Weller), la quale rende cristalline le sonorità e ben eseguiti gli arrangiamenti.

La traccia iniziale, intitolata Chase It Down, sembra riguardare l’alone di mistero che permea l’esperienza esistenziale in sé, invitando chi ascolta ad esplorare le diverse possibilità che si stagliano lungo il cammino che chiunque è tenuto a percorrere. Segue English Town, in cui viene raffigurata l’assenza di speranza di vite disagiate, riversata in più occasioni nel tentativo di individuare un capro espiatorio come causa dei propri mali. Versi come “Immigrants, they’re not like us” e “Walking dead on a living wage” catturano efficacemente il senso di alienazione e distacco che caratterizza la contemporaneità di molte vite di periferia, in cui non c’è posto per immaginare alternative differenti e che portano la voce frustrata del narratore a dire “I don’t wanna die in this English town tonight”. La malinconica Remember We Were Lovers affronta le conseguenze di un amore ormai sbiadito, quando le domande e i rimpianti su ciò che non ha funzionato sembrano interminabili, orbitando intorno alle problematiche comunicative e all’assenza di fiducia. Your Heart Will Always Be Broken cattura invece le aspettative idealizzate legate alla relazione di coppia, che non vengono tuttavia sostenute da una fiducia condivisa, portando gli amanti a separarsi definitivamente in uno stato di dolorosa insoddisfazione. Risulta più astratta e meno diretta in termini di contenuti Stones of Silence, il cui arrangiamento mescola i Jefferson Airplane e i Doors, permettendo al Fender Rhodes di riportare in auge un’estetica sonora d’altri tempi.

You Don’t Know What Love Is offre una riflessione sul tempo e su come questo cambi le prospettive e le persone, descrivendo quanto i rapporti interpersonali possano essere elusivi e quanto difficile sia effettivamente conoscere chi ci sta difronte. L’incipit del brano a seguire, You Can Trust Me Now, è infatti contraddistinto dallo spoken word del cantante di Glasgow riguardante proprio un’emotività colpita da stati depressivi, senso di umiliazione e vergogna, nel tentativo di fungere da redenzione per chi ha assunto comportamenti abusivi e deleteri nei confronti di qualcun altro. A chiudere il disco, Living a Lie, dalle cui parole emerge un dolore rivolto specificamente alla condizione di chi vive una relazione senza veramente unirsi dal punto di vista umano, e Sunk in Reverie, brano di chiusura che si dimostra un’invettiva nei confronti della mondanità più becera e pacchiana, dove le sovrastrutture comportamentali umane cercano goffamente di camuffare il senso di vuotezza e squallore generale. Gillespie e Beth realizzano così un album dalle tematiche complesse e universali che, tuttavia, non lasciano il segno a causa della leggerezza che permea tutte e nove le tracce. Le esecuzioni strumentali rimangono valide, accompagnando con efficacia gli intensi intrecci canori dei due cantanti, senza però risaltare a dovere le capacità che hanno costellato le carriere di entrambi gli artisti e che avrebbero reso l’album molto più entusiasmante.

Lorenzo Moro