Voto

10

Sono passati otto anni dall’ultimo lavoro in studio di Bob Dylan, Tempest. Nel mezzo, però, il premio Nobel non è stato con le mani in mano: Shadows in the Night, Fallen Angels e Triplicate formano la trilogia di opere che omaggiano gli standard della musica americana, usciti tra il 2015 e il 2017. Rough and Rowdy Ways, trentanovesimo album del menestrello di Duluth, ha la stessa aura sacrale di tutti gli album che ha rilasciato tra gli anni novanta e gli anni duemila, e soprattutto è l’ennesima lezione di lirismo che, come ha spiegato recentemente al New York Times, assomiglia sempre di più ad uno stato di trance.

La voce si fa sempre più roca, a tratti quasi incomprensibile come dal vivo, e si stagna su sonorità calde che permeano l’intero lavoro. I Contain Moltitudes e False Prophet sono tra le tracce più autobiografiche dell’album, alternano jazz e blues e giocano con la fama dello stesso Dylan (“I ain’t no false prophet/ I just know what i know/ I go where only the lonely can go”). La morte è uno dei fili conduttori del disco, è presente e quasi tangibile nelle parole di Dylan, soprattutto in Black Rider che suona come un’esorcismo della tematica stessa (“Black rider, black rider/all dressed in black/I’m walking away/You make me look back/My heart is at rest/And I’d like to keep it that way/I don’t want fight/at least not today”) e Goodbye Jimmy Reed, il pezzo che più si discosta dalle sonorità acustiche dell’album e che si rifà – come da titolo – a uno dei veterani del blues (“Goodbye Jimmy Reed/Jimmy Reed indeed /gimme that old time religion/It’s just what I need”).

Key west (Philospher pirate) e Murder Most Foul sono le due colonne portanti di un album talmente pieno di citazioni – da Al Pacino a Marlon Brando, da Martin Luther King a Ginsberg fino a Stevie Nicks e Lindsey Buckingham – da sembrare un labirinto infinito di riferimenti alla cultura pop. In Key West (Philosopher pirate) Dylan immagina un posto ai confini degli Stati Uniti in cui ritrovare se stesso, un punto di non ritorno definitivo in cui perdersi – felicemente – per sempre (“Key West is the place to be if you’re looking for immortality/stay on the road, follow the highway sign/Key Wast is fine and fair/if you’ve lost your mind, you’ll find it there/Key West is on the horizon line”). Murder Most Foul, invece, è probabilmente uno dei pezzi culturalmente più rilevanti degli ultimi vent’anni. L’assassinio di Kennedy non viene semplicemente “raccontato”, bensì illustrato attraverso alcuni dei versi più crudi dell’album (“We’re gonna kill you with hatred, without any respect”, “It happened so quickly, so quick, by surprise/Right there in front of everyone’s eyes”).

L’ultima traccia del disco è anche un omaggio infinito alla musica stessa. Perché è proprio questo che chiede Dylan in un periodo buio e privo di certezze come il nostro: ascoltare le canzoni di chi ha cantato e rappresentato la speranza, ma anche la morte e la rinascita. Rough and Rowdy Ways è una prova contenutistica dal livello inestimabile che entra di diritto tra gli album più riusciti della discografia di Bob Dylan.

Christopher Lobraico