Voto

8

Opera prima di Lisa Brühlmann, Blue my Mind è un coming of age allegorico, un racconto di formazione crudo che affonda le proprie radici in un cinema ibrido tra il fantasy e l’horror, il dramma e l’iperrealismo. Prendendo spunto dal cinema indipendente e underground, il film mischia Harmony Korine al più audace Gus Van Sant, segnando un esordio notevole.

Mia è una ragazza di quindici anni che si trasferisce con la sua famiglia nella periferia di Zurigo: entra in una nuova scuola, con nuovi compagni e nuovi professori; tutto è nuovo ai suoi occhi, anche la propria camera da letto. Durante questo periodo di cambiamenti, uno ancora più grande, imprevedibile e incontrollabile sta avvenendo nel suo corpo: Mia si sta trasformando in una sirena, ed è spaventoso. Come nel suo precedente cortometraggio Hylas An The Nymphs, la regista torna a mettere al centro del proorio discorso la metamorfosi del corpo femminile, mantenendone sempre un’interpretazione figurativa e una componente inquietante di matrice mitologica che elimina il fantastico.

Le premesse del film sono piuttosto ordinarie: un’adolescente deve inserirsi in un mondo nuovo mentre il suo corpo inizia a trasformarsi in qualcosa di misterioso che non vuole accettare, preferendo scappare dal problema attraverso le droghe, l’alcol e il sesso facile. Ma il modo con cui l’autrice racconta la psiche di una ragazza che non si riconosce più nelle cornici imposte dalla società e si sente (letteralmente) un pesce fuor d’acqua distanziano il film dai soliti coming of age. La scelta di un uso massiccio della camera a mano e di un approccio documentaristico sconfina nell’esplorazione dell’abietto, senza mai abusare dell’immagine fantastica, che esplode come una dolorosa eccedenza cutanea, un parto abietto, una trasformazione alchemica che in quell’orizzonte senza fine del mare non vuole farsi rinchiudere in nessuna categorizzazione.

La trasformazione di Mia è talmenre profonda che investe anche lo spettatore, trasformandolo in qualcosa di diverso da ciò che erava prima di entrare in sala.

Anna Penella