1. It’s not about technology

“Oscura come sempre e, allo stesso tempo, più leggera e ottimista”, queste le parole con cui Charlie Brooker ha definito il tono della quinta stagione di Black Mirror. Un cambio di rotta che avrebbe dovuto spingere gli autori verso la sperimentazione di nuove formule, ma che si è concretizzata in un approccio volto solo a suscitare inquietudine fine a se stessa. Certo, lo sguardo della serie rimane lucido pur slittando sulla natura umana e le dinamiche relazionali e riducendo la riflessione tecnologica a un pretesto, ma soccombe sotto alle dinamiche di audience del colosso Netflix, appiattendo la propria carica tagliente.

2. TekkenSome

Negli anni ’10 la pervasività del porno e del digitale sta influenzando profondamente il modo di vivere e interpretare la sessualità, l’affettività e la comunicazione tra le persone. Striking Vipers affronta la questione inserendola in un contesto estremizzato di realtà virtuale, ormai prassi nel mondo del videogaming, ma si limita a porre delle domande piuttosto scontate sulla sessualità dei due protagonisti, sulle loro interazioni più intime, sui ruoli di genere, sul rapporto tra reale e virtuale e sulla difficoltà di definire la fluidità delle dinamiche contemporanee secondo le categorie a nostra disposizione. Il discorso risulta così appiattito a un livello superficiale, che sfocia in un finale (parafrasando Roberto Recchioni) a metà tra Muccino e Ozpetek.

3. Can’t get my eyes off you

La peculiarità di Smithereens è quella di non essere un episodio di fantascienza e la tecnologia utilizzata è già alla portata di tutti (Uber, Facebook). La figura tragica del protagonista, afflitto da un senso di colpa per uno sbaglio banale eppure terribile, circondato da un mondo che va avanti indisturbato, incapace di cogliere la sua tragedia. Ma lo sviluppo narrativo si riduce a una concione un po’ qualunquista su quanto queste tecnologie si nutrano della nostra attenzione e sulla loro pervasività nella vita quotidiana.

4. Wrecking Ball

Disney e Black Mirror sono due realtà che non potrebbero sembrare più distanti, eppure Rachel, Jack and Ashley Too prova a farle dialogare, col risultato che la una puntata, per trama e soluzioni narrative, è assimilabile a un film Disney per la TV; una delle più inconsistenti mai scritte dalla penna di Brooker. Al centro di tutto c’è Miley Cyrus nei panni di un personaggio molto simile a quello che interpreta realmente, diviso tra una facciata di pop addomesticato e un’anima che pretende di essere più oscura e inquieta. Ecco l’ennesimo atto di accusa, e anche piuttosto banale, all’industria culturale contemporanea, interessata ai grandi numeri e a non scontentare nessuno, piuttosto che a dare spazio a un’espressione artistica personale.

5. Be right back

A detta degli autori, la riuscita della stagione è stata compromessa dalla laboriosa genesi di Bandersnatch, che per tempistiche si è sovrapposta a quella dei tre episodi. L’intenzione iniziale, infatti, era di farli uscire insieme all’episodio interattivo, ma l’idea è stata poi scartata a causa delle problematiche tecniche di quest’ultimo. Di fatto, la gestione da parte della produzione ha portato a un risultato piuttosto deludente. Speriamo ancora di rivedere il Black Mirror che conosciamo, quello che ha fatto dello schermo del PC o dello smartphone lo specchio nero in cui si riflette la nostra immagine più oscura.

Francesco Cirica