Voto

8

Appena quindici mesi fa, Bill Callahan usciva con Shepherd in a Sheepskin Vest, ammaliando ancora una volta gli ascoltatori, andando a chiudere il cerchio perfetto di un decennio in cui spiccavano Apocalypse e Dream River. per questo, probabilmente, stupisce l’uscita di Gold River dopo così poco tempo: dieci tracce, registrate dal vivo con i fidati Jamie Zurverza e Matt Kinsey, in cui la letteratura di Callahan si muove in chiave acustica raccontando storie di uomini sotto una veste folk intrisa di country e blues.

Un saggio sulla musica cantautorale dell’America di oggi, dove la voce del suo autore è forte e diretta nel suo esporsi in primo piano, calda, profonda, in cui non mancano rimandi agli eroi personali, da Cat Power a Tim Hardin, fino al divertissement nella struggente Pigeons, che si apre con “Hello, I’m Johnny Cash” per chiudersi con “Sincerely, L. Cohen”, coda della meravigliosa Famous Blue Raincot. Callahan attraversa il buio di storie di vita comune cercando la luce, da The Mackenzies fino ai rimpianti di 35, tornando anche al se stesso di vent’anni fa, ri-arrangiando Let’s Move To the Country, gemma del suo periodo firmato Smog. As I Wander, in chiusura, è uno dei picchi più altri dell’album, compagna ideale di un viaggio notturno lungo le strade selvagge americane.

Callahan si conferma l’autore che nell’ultimo trentennio, più di tutti, ha saputo tenere vivo il sacro fuoco del cantautorato mondiale. Gold Record, nella sua intima semplicità, è la prova.

Gabriel Carlevale