Voto

7

I Big Thief proprio non ce la fanno a stare fermi. Cinque mesi fa con U.F.O.F. confermavano un percorso cominciato soltanto nel 2016, che ad oggi conta ben quattro album. Two Hands, uscito l’11 ottobre, fa il paio con il precedente, etereo e cristallino, U.F.O.F. , portandoci però in una dimensione più terrestre.

Una foto di gruppo in copertina e un disco che non tradisce le aspettative di critica e pubblico. Cresciuto tra un live e l’altro, l’indie-rock del quartetto di Brooklyn sembra maturare all’ombra dell’Americana, attingendo a sonorità sempre più folk e dream-pop.

Nel variegato universo contemporaneo, dove le iper-produzioni tendono a restituirci suoni e immaginari musicali sempre più omogenei e omologanti, l’operazione Two Hands si pone in netta contrapposizione al trend: un disco uscito soltanto cinque mesi dopo il precedente, operazione quasi incomprensibile dal punto di vista commerciale, registrato in presa diretta in uno studio isolato a venti chilometri da El Paso, come fosse una live session molto ben riuscita.

Se le trame di U.F.O.F. sembravano rincorrere una dimensione chimerica ineffabile, Two Hands ci riporta sulla terra. La Lenker si muove nel registro della quotidianità, mescolata a suggestioni oniriche sporche di grunge e anni novanta, in cui ci si sposta da camere private e lune che sorgono dalla finestra, al dolore del distacco.

La voce eterea a la Jónsi (Sigur Rós) della cantante è ora delicata, quasi sussurrata (Wolf), ora rotta dentro picchi emotivi di notevole intensità (Not). Tutto si muove elegantemente intorno al cantato: la sezione ritmica non suona mai oltre le righe, e allo stesso modo chitarre distorte e arpeggi di classica riescono a convivere pacificamente nei dieci brani.

Trentanove minuti godibili, con punte più alte di liricità e piccoli palsi falsi (Those Girls e Replaced) comprensibili, considerando la grande produttività della band. I Big Thief riescono comunque a realizzare un lavoro asciutto, sapientemente mixato, in cui tutto è ben a fuoco e dove tutti gli strumenti riescono a ritagliarsi uno spazio ben definito. Un disco in cui la dimensione collettiva acquista un ruolo predominante, dalla foto in copertina alle modalità di registrazione: i quattro Newyorkesi suonano unisoni dentro la voce di Adrianne Lanker.

Pasquale Dipace