1. Faida familiare

Donchisciottesco antieroe destinato a fare un passo avanti e tre indietro, Jimmy McGill è condannato a seguire la via più facile irrimediabilmente al di fuori dei limiti della legalità e a vivere una contraddizione interna irrisolvibile, quella tra la propria coscienza e le opportunità che il fato, ironicamente crudele, gli offre. Nonostante la morale comune collochi Jimmy tra i “cattivi”, il suo personaggio rimane essenzialmente buono, ed è invece il fratello Chuck a risultare profondamente meschino: secondo un raffinato ribaltamento di ruoli, il personaggio che sembrava in difficoltà, debole e malato non è altro che un uomo accecato da anni di rancore, risentimento, invidia e disperazione, che scaricherà sul fratello la propria rabbia affossandolo con le proprie mani e senza un briciolo di compassione. La vera vittima è dunque Jimmy: vittima di un amore sporcato dalla concorrenza spietata, di una società marcia, corrotta e altezzosa, di trappole gettate dal proprio consanguineo e soprattutto della sua stessa incondizionata bontà. Ma la dura regola di Vince Gilligan è molto semplice: a ogni azione corrisponde una reazione, e prima o poi bisogna farci i conti. E come ha imparato Heisenberg: uno pseudonimo non ti giustificherà per sempre.

2. Lo spettro di Breaking Bad

La scrittura strepitosa di Better Call Saul tesse con nonchalance il fil rouge tra questo spin-off e Breaking Bad. Già nella prima stagione erano comparsi Tuco Salamanca (Raymond Cruz) e Mike Ehrmantraut (Jonathan Banks), ma è in queste ultime dieci puntate che il legame tra le due serie si è fatto più palpabile: oltre al ritorno di Hector Salamanca (Mark Margolis), le fondamenta del ponte con Breaking Bad si ergono sui misteriosi accenni al ritorno di Gus Fring (Giancarlo Esposito) sul finale di stagione e sull’anagramma della prima lettera del titolo degli episodi, la cui risultante è “Fring’s back”.

3. Vinge Gilligan

In questa stagione l’ideatore di Breaking Bad e Better Call Saul alza ulteriormente il livello della confezione formale, raggiungendo picchi davvero notevoli: inquadrature distorte, dall’interno degli oggetti e dal basso, campi lunghissimi sul deserto in stile western, piani sequenza degni di Orson Welles, macchina ferma ed eloquente, lunghe sequenze mute, cura maniacale per i dettagli silenti, la tagliente alternanza di piani stretti e larghi. Una raffinatezza registica che difficilmente si trova nelle serie tv, salvo Fargo, True Detective e poche altre.

4. La consacrazione

È con questa seconda stagione che Better Call Saul dimostra di essere molto di più di un semplice spin-off. La sceneggiatura enfatizza la tensione drammatica, espande il mondo di Saul Goodman e tinge di pennellate scure i rapporti interpersonali. Le performance degli attori non sono da meno, in particolare il talentuoso triangolo Bob Odenkirk (Jimmy McGill), Michael McKean (Chuck McGill) e Rhea Seehorn (Kim), che trasmette una sintonia strepitosa e raggiunge interpretazioni di altissimo livello soprattutto nel climax finale. Proprio come in Breaking Bad, inoltre, le sfaccettature dei personaggi che ne esaltano le intime contraddizioni sono ormai il marchio di fabbrica dell’ideatore nonché chicca di questa stagione.

5. Monocromatico

L’incipit è un’analessi posteriore a Breaking Bad che vede il protagonista Jimmy McGill/Saul Goodman come commesso in un negozio di cinnamon roll. Nonostante in questa stagione non ci siano altri flashforward che ci forniscano ulteriori indizi sul percorso futuro del protagonista, il bianco e nero della sequenza e l’atteggiamento malinconico di Jimmy/Saul fanno presagire che il suo sarà un epilogo tragico; ma, per la gioia di tutti i fan, la strada per arrivarci sembra ancora lunga.

Benedetta Pini