Voto

6

Può l’uscita di singoli promettenti creare false aspettative su un album? Kidsticks, il nuovo album di Beth Orton, sembra dare una risposta positiva a tale domanda.

La Orton, insignita nel 2000 del titolo di Miglior artista femminile inglese, abbandona le sonorità più acustico-folk per ritornare all’elettronica delle origini (celebre la collaborazione in Where Do I Begin dei Chemical Brothers) a distanza di quattro anni dall’ultimo album (Sugaring Season). Questa volta la composizione è più intimista e di folk c’è davvero poco o niente (vedi Kidsticks, brano strumentale di chiusura che cerca un collegamento con le sonorità del passato senza mai abbandonare i suoni sintetici): tutto il grosso del lavoro è fatto da sintetizzatori, che in alcune parti risultano mixati poco coerentemente (si pensi a quella specie di synth-zufolo-richiamoperuccelli in Corduroy Legs, che vorrebbe dare un tocco indie ma rovina la struttura melodica del brano). La parte propriamente strumentale rimane però ancora rilevante (George Lewis Jr. dei Twin Shadow alla chitarra elettrica, Chris Taylor dei Grizzly Bear ai cori e al basso). Un vero peccato perché a sentire Moon e 1973, primi singoli estratti, si percepivano ottime sonorità, incisivi riff di chitarra, linee di basso, ritmi incalzanti più dance e synth old school.

Per quanto riguarda i testi, sono ben strutturati, intrisi di una sorta di malinconia meditativa che si districa fra solitudine, ricordi e amori passati.

Il risultato è un disco che aspira a essere sperimentale, ma che su più fronti si rivela eccessivamente meditativo e piatto. Aspettative deluse.

Gaia Ponzoni