A portuguesa, Rita Azevedo Gomes | Forum

Tratto dal secondo racconto contenuto in Tre donne di Robert Musil, The Portuguese Woman traspone sul grande schermo la «logica scivolosa dell’anima», per usare le parole del drammaturco austriaco, ovvero i moti ondulatori dei sentimenti interiori che abitano i personaggi. Uomini e donne travolti da pulsioni istintuali che assopiscono le coscienze e annebbiano il raziocinio; secondo una sensibilità nella rappresentazione dei sentimenti umani e dei rapporti tra i sessi che fu rivoluzionaria per i primi del Novecento e spianerà la strada alla letteratura contemporanea.

La prodigiosa regista portoghese Rita Azevedo Gomes costruisce così una metafora della perdita dei veri valori da parte dell’umanità che passa attraverso le maglie di una vicenda da romanzo cavalleresco ambientata in una roccaforte inospitale sulle Alpi italiane. È lì dove la Portoghese del titolo (l’incantevole Clara Riedenstein) ha deciso di ritirarsi, in una sorta di auto esilio di 11 anni in attesa che il marito, Lord von Ketten (Marcello Urgeghe), torni dalla guerra, e trascorre le sue giornate tra pittura, scultura e nuotate. Un susseguirsi di tableau vivant di rara raffinatezza e dai colori brillanti,a richiamare la prima pittura fiamminga, immortalati da lente inquadrature fisse, invitano a godere appieno della perfezione formale di questo film gioiello, ad abbandonarsi alla sublime magnificenza della messa in quadro.

Straordinaria la costruzione dei personaggi, che emerge da dialoghi sottili e stimolanti, da scambi di battute dense di filosofia e misticismo. Come già Musil, Gomes recupera lo spirito dei poemi cavallereschi con sguardo smaliziato: restituisce una protagonista donna intelligente e acuta, che conosce le regole del gioco tra i sessi e sa usare con furbizia le proprie armi; mentre il marito non può che servirsi delle sue grezze cappa e spada, finché – ironia non casuale – non viene ridotto in fin di vita da una puntura di un insetto mentre tornava illeso da ben 11 anni sul campo di battaglia.

Heimat ist ein Raum aus Zeit, Thomas Heise | Forum

Se fosse durato la metà sarebbe stato un capolavoro. Quattro generazioni, infinite storie personali, una sola voce narrante, quella dello stesso Heise. Sullo schermo scorrono lettere d’amore, diari privati, fotografie familiari, riprese di luoghi cari o simbolici. Tanti frammenti di un mosaico che si chiama Heimat – termine traducibile con “Piccola patria” e “Luogo natio” –, le cui voci individuali e soggettive cantano all’unisono nella sola voce di Heise per ampliarsi fino a un respiro oggettivo, universale. La grande Storia dell’Austria emerge tra le righe della piccola storia familiare del regista – proprio come la Germania in Heimat di Edgar Reizt – e ciò permette di arrivare a conclusioni ardite, estreme e rivoluzionarie che offrono un nuovo punto di vista sulla storia del Paese.

Serpentário, Carlos Conceição | Forum

Un viaggio di formazione raccontato attraverso paesaggi e voci, alla ricerca di un misterioso passato. Una storia fantastica ma anche autobiografica. Serpentario è un susseguirsi di sequenze di viaggio come fosse un moderno diario di bordo, trasmettendo in modo diretto le sensazioni del protagonista. Un progetto unico nel suo genere, che si avvale di una fotografia mai spettacolare, e proprio per questo incredibilmente naturalistica. Nella magia di un lungo itinerario che sembra perdersi nel tempo e nello spazio, viene da chiedersi se la cosa che conta è davvero ciò che si trova all’arrivo…

Öndög, Wang Quan’an | Concorso Berlinale69

Un giovane poliziotto un po’ imbranato si trova a doversi occupare del cadavere di una donna assassinata e abbandonata nel nulla della steppa mongola, per evitare che i lupi contaminano la scena del delitto. I suoi superiori lo affidano alle cure di una mandriana di mezza età, ben più esperta di lui con le armi, con la vita e – non da ultimo – con l’amore. In questi piani lunghissimi su albe e tramonti stupefacenti, dai colori vibranti, sullo sfondo cieli tersi per un vento gelido che spira senza sosta, tagliente e freddissimo, dove la sopravvivenza è una lotta che sembra persa in partenza, proprio lì trova spazio una storia di maturazione dolcissima e pudica nella sua profonda intimità. Alternando dialoghi serrati e dall’ironia brillante a lunghi silenzi che lo spettatore è chiamato a decifrare con pazienza e sensibilità, Öndög asseconda una concezione dell’amore fuori da ogni canone e la restituisce senza alcun filtro giudicante: abbandonatevi al racconto e lasciatevi ipnotizzare dalle immagini.

And Your Bird Can Sing, Wang Quan’an | Concorso Berlinale69

Giappone. Lui, lei e l’altro durante un’estate torrida. In una sola parola: malinconia. Tra momenti sospesi, sguardi sfuggenti, attimi fugaci nasce e piano piano cresce una tensione d’amore che si insinua sotto pelle, che pulsando si fa percettibile senza mai esondare. Solo nell’ebbra oscurità della notte trova lo spazio per dischiudersi, abbandonandosi all’unico struggente desiderio che accomuna loro tre e tutti noi giovani: vivere l’attimo, solo ed esclusivamente quello, per l’eternità. Il sogno di una vita alla deriva, vissuta di momento in momento, viene bruciato dalla luce accecante del mattino, che riporta tutti e tre a una quotidianità fatta di schemi e consuetudini, di routine, doveri e responsabilità, di dinamiche sociali le cui maglie si allargano quando cala il sole per poi stringersi come dei cappi attorno alla gola non appena sorgono le prime luci dell’alba.

La regia di Wang Quan’an si sofferma sui corpi dei tre ragazzi; corpi giovani, sudati e naturali; corpi schiacciati uno sull’altro, sui pavimenti freschi e sui soffocanti letti a castello dei loro minuscoli appartamenti. Corpi che non desiderano altro che fluttuare in una libertà emotiva senza limiti di tempo e di spazio. Ma neanche l’esuberanza dei club, dei karaoke, del biliardo e delle discoteche può inibire quella malinconia devastante che traspare dai loro occhi e che irrompe dai primi e primissimi piani su cui stringe tanto dolce quanto spietata la macchina da presa. Perché, in fondo, lo sanno bene: quel sogno, prima o poi, finirà.

Benedetta Pini