Dopo aver visto saltare l’edizione 2020, il Bergamo Film Meeting di quest’anno ha deciso di puntare tutto sul rapporto col territorio e sull’interazione tra artisti e fruitori. Per questo ha scelto di adottare una formula online diversa e innovativa rispetto a quella applicata da tutti gli altri festival che si sono svolti esclusivamente in formato digitale. Come ogni anno, si riconferma lo sterminato programma, capace di dare spazio alle nuove voci del cinema europeo e a retrospettive dedicate ad autori poco noti o addirittura sconosciuti in Italia. Se da un lato la chiusura delle sale e la conseguente valorizzazione delle potenzialità offerte dallo streaming hanno permesso a diverse opere, soprattutto cortometraggi, di trovare finalmente un pubblico al di là del circuito festivaliero, dall’altro questo nuovo modello distributivo ha messo i festival stessi in secondo piano, o meglio, ha messo in crisi la struttura su cui si basavano finora, permettendo di smarcarsi dall’essere solo iniziative di nicchia per addetti ai lavori e di ampliare il proprio pubblico tramite una programmazione mista tra online e offline.

Fil rouge tra le opere che hanno lasciato il segno in questa edizione è la riflessione sul tempo: dilatato, analizzato e usato come strumento filosofico. L’esempio più immediato è Albert, berger (2019), documentario diretto da Philippe Van Cutsem che ricostruisce la vita di un pastore francese che ha vissuto per anni vagando di paese in paese e lasciando dietro di sé, nelle baracche in cui si riparava, curiose composizione poetiche. Il regista decide, però, di allontanarsi da una narrazione cinematografica per adottare piuttosto una mirata e precisa ricostruzione storiografica, ponendo al centro i documenti d’archivio e le testimonianze dirette della vicenda. Van Cutsem gioca così con i limiti della narrazione classica, saltando avanti e indietro nel tempo secondo tre direzioni che si completano a vicenda: mostra dapprima le composizioni lasciate da Albert, poi ricostruisce la sua vita tramite coloro che lo hanno conosciuto e arriva infine a documentare la sua esistenza attraverso una capillare ricerca archivistica. Il documentario vuole riflettere sull’importanza di tornare sui propri passi, percependo il tempo come un costrutto fluido, la cui ricostruzione sarà sempre, necessariamente incompleta; una nozione già ampiamente discussa da Jean-Marie Straub e Danielle Huillet in Trop tôt / Trop tard (1981).

Il tempo ricopre un’importanza determinante anche nella produzione di Giulio Squillacciotti, Paolo Patelli e Giuditta Vendrame They Thought They Saw A Ghost (2020), che già nella prima inquadratura mostra un anziano villeggiante che si rilassa su una sdraio, mentre sullo sfondo ferve la frenetica vita portuale di una città marittima contemporanea. Questo contrasto vuole mettere in evidenza lo scontro tra un passato operaio, ora rappresentato da un gruppo di pensionati, e un futuro automatizzato, quello delle grandi navi container dove vengono sfruttati lavoratori ormai altamente specializzati. Nonostante l’incremento della tecnologia sulle imbarcazioni, tuttavia, il documentario sottolinea come le emozioni provate dai naviganti siano rimaste identiche a quelle dei secoli precedenti, ma a essere cambiato è il modo in cui si manifestano. Su queste basi, il film mette a confronto il presente e il passato, lasciando le conclusioni di questa tesi direttamente al pubblico. Se nell’Ottocento, prima di partire, i marinai si riunivano in preghiera, un momento sentito come esperienza catartica collettiva, ora ognuno si rilassa individualmente, e la componente spirituale viene del tutto tralasciata. Una società meno religiosa ma comunque superstiziosa, quella odierna, fatta comunque di gesti e abitudini ricorrenti che se non vengono rispettate possono scatenare inquietudine sull’intero equipaggio (come afferma la psicologa di bordo). L’individualità contemporanea si riflette anche nei porti tagliati fuori dalle città adiacenti in seguito agli attentati dell’undici settembre, andando a rompere un rapporto tra due spazi “urbani” che in precedenza era molto più stretto e dinamico, come viene descritto ne Lo specchio rovesciato. Un’esperienza di autogestione operaia (1982) di Gianni Amico e Marco Melani.

Il tempo assume contorni politici in Ręce do góry (1981) di Jerzy Skolimowski, opera realizzata negli anni Sessanta ma subito censurata dallo stato polacco e resa disponibile vent’anni più tardi. Il lungometraggio che assume i contorni di un dramma da camera per descrivere l’incontro di un gruppo di amici universitari ormai disillusi dalla vita adulta. Ironico che un film che riflette sulle speranze tradite del dopoguerra metta a sua volta metta in evidenza il crollo ideologico che caratterizza il Sessantotto in Polonia. L’indifferenza dei cittadini sopravvissuti all’esperienza della guerra, che gradualmente si stanno abituando a un altro regime, viene rievocata attraverso il luogo in cui è ambientato gran parte del film: un cupo treno merci con catene e senza finestre. Il parallelismo con i treni dell’olocausto è cristallino, e serve da monito, politico e sociale, per ricordare gli orrori commesse durante la Seconda Guerra Mondiale; un’immagine forte che trova il suo doppio nell’immane immagine di Stalin eretta dagli studenti: due dittature opposte per colore che crolleranno durante il lungo Novecento, la cui memoria nel contemporaneo si sta affievolendo. Su questa linea di pensiero di inserisce il lungo inserto di Skolimowski ,che a distanza di vent’anni dalla realizzazione di Ręce do góry riflette su come sia cambiato il mondo a livello ideologico, in un momento in cui la politica polacca rispolverava vergognosamente opere che precedentemente non aveva esitato a censurare.

Davide Rui