Voto

5
Come già aveva fatto Jeff Malmberg nel 2010 con il documentario Marwencol, Robert Zemeckis porta sullo schermo la storia vera di Mark Hogencamp, un disegnatore statunitense in remissione fisica e psicologica da una brutale aggressione che non solo l’ha lasciato senza memoria ma che ha anche compromesso irrimediabilmente le sue abilità grafiche.

Tradito e ferito dal mondo reale, Mark (Steve Carrell) si rifugia nel mondo immaginario di Marwen – ricostruito in miniatura nel giardino di casa –, dove nel pieno della seconda guerra mondiale il capitano Hoogie, suo alter ego in motion capture, fronteggia le truppe naziste con l’aiuto di un gruppo “bambole”, corrispettivi finzionali delle donne della sua vita: dalla cuoca del locale in cui lui lavora all’infermiera che l’ha assistito nella riabilitazione, i personaggi femminili abitano Marwen sotto forma di combattenti eroiche e ipersessualizzate. Proprio qui emerge il primo difetto strutturale della pellicola: in un film che si fa esplicito manifesto girl power (“Women are the saviors of the world!”) le donne hanno voce solo come bambole, mentre nel mondo reale vengono ridotte ad apparizioni angelicate e dialoghi piatti e banali.

Tutto è appiattito e drammatizzato nella sceneggiatura di Zemeckis e Caroline Thompson: l’autentico vissuto traumatico di Hogencamp, la fragilità della lenta convalescenza e le sue particolari inclinazioni feticistiche sono trattate sbrigativamente in un feel good movie che preferisce puntare sul sentimentalismo e sulla facile drammatizzazione.

Giorgia Maestri