Belle, ultima pellicola d’animazione del maestro Mamoru Hosoda in concorso a Cannes 2021, fedelmente ispirato alla fiaba  de La Bella e la Bestia (1991), è un inno alla diversità, un invito alla creazione di un mondo nuovo. Già distintosi per la sua spiccata sensibilità femminista e per l’acuta rappresentazione del mondo dell’adolescenza, Hosoda si conferma un regista introspettivo e poetico, abile nel tessere insieme tradizione e innovazione, nel riprendere fiabe secolari per trasportarle in un futuro cibernetico. Come in un sequel, il film riprende quasi lo stesso metaverso già visto in Summer Wars (2009), altro capolavoro del maestro giapponese, in cui la tecnologia diviene forza positiva, madre benefica, offrendo ai suoi figli la possibilità di reinventarsi, di ricominciare, in una dimensione fatata, governata dalla pura volontà, libera da quelle paure, debolezze, ansie che turbano la mente.

Hosoda racconta il farsi di un destino attraverso la storia di formazione di un’adolescente, la dolce Zuzu, non più capace di cantare dopo la morte improvvisa e inspiegabile della madre, e che soltanto in un mondo di sogno, di pura creazione saprà ritrovare la propria voce. Come ne La ragazza che saltava nel tempo (2006), Hosoda gioca con il mondo delle possibilità, degli universi paralleli, gettando un ponte tra dimensione fantastica e reale per innescare una tensione drammatica; un mondo di colori, effervescente ed esagerato da un lato, uno pacato e monocromatico dall’altro. Mentre ogni emozione, ogni sentimento di rabbia, d’amore e passione trova sfogo nel metaverso, i personaggi del mondo reale faticano a parlarsi, a comunicarsi, spesso bloccati in un loop di azioni identiche a se stesse. Se la realtà è scadente, ci dice Hosoda, dobbiamo crearcene una noi.

Ma l’appagamento virtuale non è abbastanza, il metaverso rimane solo un’espansione di quello reale, non offre una vera via di fuga, ma solo una forma di potenziamento. I due universi, per quanto differenti, si intrecciano, si influenzano, in una stringente catena di cause ed effetti. Al mondo reale si deve sempre fare ritorno, non si possono fuggire le afflizioni e i tormenti che ci portiamo dentro, che trovano così espressione in un mondo di fantasia, per mezzo di un avatar che valorizza le nostre forze nascoste, intrinseche, e lascia fuori quel trauma che non trova voce. Al centro, infatti, l’incapacità di verbalizzare un dolore sordom che corrode e paralizza da un lato e acceca di rabbia bestiale dall’altro. In questo la bella e la bestia si identificano: nel tentativo comune di dare espressione a quell’ingiustizia che ha spezzato le loro vite, nel segreto di un dolore mai raccontato. 

Nell’attualizzare La Bella e la Bestia, Hosoda attua un’operazione che in giapponese viene chiamata honkadori, ovvero l’arte di riprendere un antico e illustre poema – sono infatti intenzionali i molti riferimenti al film della Disney e la replica di precise sequenze, come la famosissima scena del ballo. L’universo narrativo di Hosoda, infatti, è antropomorfo e allo stesso tempo prende spunto dal mondo animale, secondo una poetica cominciata con Wolf Children (2013) e ora portata al culmine. La trama, tuttavia, paragonata a altri grandi opere del maestro cariche di originalità, non solo è consueta, ma è anche antica come il tempo. Eppure Belle è un film che incanta con i toni e lo stile del racconto. Come altri film di Hosoda, trae la propria forza dalla descrizione poetica e acuta che il regista fa delle smarginature, dei momenti apparentemente morti, privati di forza drammatica, ma altresì pregni di significato, come accade nella nostra vita di tutti i giorni. Il regista rivela sempre quell’acume dolce e minimalista nel raccontare i tormenti adolescenziali dei suoi protagonisti, colti in quel fragile momento, quella linea sottile che separa la fanciullezza dall’età adulta.

Non a caso molti sono gli elementi in comune con un altro grande maestro giapponese, Hayao Miyazaki, che da sempre ha influenzato Hosoda: fu proprio il suo Il Castello di Cagliostro (1979) a convincerlo a farsi regista. Del regista, Hosoda riprende i temi fortemente femministi, ponendo quasi sempre al centro giovani donne all’apparenza fragili e maldestre, in bilico sul ciglio della vita, poste di fronte a forti sconvolgimenti che ne metteranno alla prova la tenacia e la forza interiore. Il grande successo del film, che a Cannes ha ricevuto ben 14 minuti di standing ovation, sembra risiedere nell’abilità del regista di gettare un ponte tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, lasciando i personaggi al centro e ponendo la natura umana con le sue insicurezze e fragilità come matrice drammatica, forse unica forza capace di innescare una grande narrazione. 

Anna Chiari