Voto

7.5

Con uno sguardo ampio sull’avventura musicale dei Beirut, la loro ultima uscita discografica appare illuminata da una ricchezza artistica che segna la natura vincente di questo lavoro e marca il livello che hanno raggiunto negli anni. Nell’inverno del 2016, il frontman Zach Condon ha iniziato a scrivere musica sul suo organo Farfisa, lo stesso strumento con cui venne scritto Gulag Orkestar (2006), l’esordio della band che sbalordì con l’accostamento di indie folk e sonorità balcaniche.

Da allora i Beirut hanno pubblicato una serie di dischi che hanno accolto una marea di influenze sempre nuove. Dal pop nobile e più baroccheggiante di Flying Cup Cup (2007) ai crooning sornioni e melodici di The Rip Tide (2011) fino agli arrangiamenti euforici di No No No (2015). Gallipoli è un altro disco che innova senza snaturare il percorso della band. Registrato per lo più nella nostra Puglia e completato tra New York e Berlino, il disco non offre all’ascoltatore soltanto una cartolina dall’Italia, ma lo catapulta in una spiaggia del Salento e gli fa venire voglia di ballare a piedi nudi in pieno inverno. Tra folk e sonorità gipsy trova spazio anche un sussurro di elettronica nei numeri finali del disco. Il punto più innovativo del lavoro è infatti On Mainau Island, con i suoi synth stridenti e audaci intrappolati tra due delicatissimi brani folk-pop (Varieties of Exile e I Giardini).

Nel disco sono ben posizionati brani strumentali come la splendida Corfù: l’effetto è quello del buon vino sul palato durante una cena. Ma questo disco non è solo un tassello di novità aggiunto al percorso della band, in un certo senso è anche un ritorno a casa che passa attraverso quelle linee d’organo trotterellanti e familiari e il calore delle armonie vocali che da sempre avvicinano i Beirut al romanticismo malinconico di Morrisey o a band come Neutral Milk Hotel e The Magnetic Fields. In generale prevale un songwriting svincolato da argomenti troppo grandi, al comando rimangono gli arrangiamenti festosi, calorosi e zingareschi.

Il quinto disco dei Beirut è straordinariamente ricco di elementi nati da quell’amore che Zach Condon nutre per terre esotiche, per culture dell’antichità e per quegli anacronismi che negli arrangiamenti hanno sempre trovato la loro massima espressione in organi e fanfare. Gallipoli è un passo nuovo in una terra sconosciuta ma da sempre sognata come meta, o come una fotografia scattata in analogico, al mare, durante una giornata di sole italiano.

Valeria Bruzzi