Voto

8

Behemoth è la terrificante creatura mitologica che presta il proprio pesante nome al documentario del regista cinese Liang Zhao, presentato dall’1 al 7 settembre allo Spazio Oberdan di Milano.

Attraverso ruspe che scavano la terra, miniere perennemente attive e uomini ridotti alla stregua di laboriosi insetti, una silente guida accompagna lo spettatore all’interno di un tragico girone dantesco, dove persone annichilite popolano lande desolate e il sangue scorre deturpando la natura. Al confine tra lavoratore consenziente e schiavo, l’uomo pare smarrire tanto la propria dignità quanto il senso della sua stessa esistenza.

Liang Zhao crea un distopico poema civile che racconta la disfatta dell’uomo moderno, nel tentativo di rispondere senza retorica alla seguente domanda: “L’uomo è vittima o carnefice di se stesso?”. Behemoth è il racconto di una discesa negli inferi dalla travolgente forza etica ed estetica: attingendo a fonti letterarie che partono da Dante e arrivano alla letteratura fantascentifica più moderna, Zhao riflette sull’umanità in termini filosofici ed esistenzialisti. Il risultato è un’efficace opera documentarisitca, che non scade mai nel pietismo grazie al contrappunto tra il lirismo della voce fuori campo e la durezza delle immagini.

Andrea Passoni