Voto

8.5

A lanciare una della più interessanti ricerche visuali degli ultimi tempi è Fondazione Prada, che da cinque mesi pubblica sul suo sito e canale YouTube pillole sperimentali audiovisive. Il progetto, curato da Luigi Alberto Cippini e Niccolò Gravina, è Finite Rants, una library virtuale che indaga il mezzo cinematografico e la sua potenza espressiva all’interno della produzione audiovisiva contemporanea, attraverso la forma del saggio visuale. Partendo dalle riflessioni di Hans Richter, Finite Rants sviluppa una ricerca continua e senza limiti, con l’ambizioso e necessario ideale di un Formatless Dogma, un dogma senza forma, ovvero una concezione di produzione audiovisiva senza restrizioni e né canoni.  

Sesto degli otto cortometraggi che andranno a comporre l’intera serie, Bébé Colère è un compendio di contrasti che raccontano l’estrema delicatezza dell’atto del nascere, nella sua connotazione più pessimista e distruttiva. Contrasti che si fanno anzitutto immagine, palesandosi in colori e flash persistenti che sfidano la sensibilità visiva. Contrasti formali che si appropriano del linguaggio dell’animazione in CGI per calarlo nella più comune realtà, apparentemente inanimata. Contrasti che si concretizzano nel confronto tra infanzia ed età adulta, tra inconsapevolezza e consapevolezza, tra innocenza e crudeltà, vero centro dei 13 minuti che compongono il cortometraggio.

Il contrasto visivo e sensoriale risulta violento e spiazzante, ma il contrasto emotivo lo è ancora di più. Attraverso gli occhi apparentemente puri e inconsapevoli di un neonato creato in computer graphics, l’opera di Caroline Poggi e Jonathan Vinel mostra infatti un mondo, una vita, in cui esistere è la più grande colpa. Un affondo introspettivo nelle ragioni dell’esistenza dell’individuo all’interno della società. Questo è il tema sviscerato dalla voce narrante, in netto contrasto con il punto di vista solo illusoriamente puro del neonato. In Bébé Colère l’infanzia non è innocenza, ma un fantasma, individuale e sociale (per non dire universale), che si insinua nel reale portando con sé il più profondo risentimento. 

Prodotto ibrido e disorientante, il saggio visuale trova forza e senso nel suo stesso ibridarsi e nei suoi stessi contrasti, generando nuovi linguaggi a partire dalle sue incongruenze, proponendosi come formato capace di ritrarre la società contemporanea con spiazzante precisione. Ricerca continua e inseguimento di quell’ideale Formatless Dogma, Bébé Colère riesce propone nuovi vocabolari, che come unica grammatica hanno il proposito di non farsi mai convenzione.

Chiara Ghidelli