Voto

5

Negli Stati Uniti l’abuso di droghe è la prima causa di morte sotto i cinquant’anni. Nic segue il tipico canovaccio di chi inizia con le canne e finisce con l’eroina, semplicemente perché “gli piace”, perché solo così riesce a colmare quel vuoto interiore scavato dalla sua iper sensibilità, irrimediabilmente attratta da letture esistenzialiste e ascolti emo grunge, che assecondano il suo desiderio di chiudersi in se stesso e isolarsi. Quella che per molti è solo una fase adolescenziale, per Nic diventa la soglia di un tunnel che si fa sempre più buio e dal quale non riesce a risalire.

La sua parabola discendente viene raccontata in modo frettoloso e grossolano, senza approfondire alcuni passaggi e saltandone altri, impedendo così di empatizzare con il dramma di Nic, al quale Timothée Chalamet non riesce mai a conferire uno struggimento credibile, forse anche a causa di un montaggio che sceglie di sintetizzare il suo percorso. Il vero dramma della pellicola è quello subito dal padre David (Steve Carell), che si serve delle proprie competenze professionali di giornalista per arrivare alla radice del problema e cercare di risolverlo. A essere veramente straziante è la sua evoluzione interiore, quella di un padre disperato che le prova tutte – davvero tutte – per aiutare un figlio ormai fuori controllo e ne esce devastato, esangue, finché non si vedrà costretto ad arrendersi e farsi da parte, compiendo il gesto più difficile ma, forse, l’unico davvero efficace. 

Benedetta Pini