Voto

8

Una bellissima e irriverente poesia d’amore, un gatto bianco, un artista maledetto del XXI secolo. Così si apre l’ultimo film di Harmony Korine – presentato allo scorso Milano Film Festival e ora disponibile su CHILI. A sei anni dal suo precedente lungometraggio, il regista statunitense torna dietro alla macchina da presa per realizzare una nuova, delirante e vorticosa rappresentazione di una “Vita in fumo”, alimentando nuovamente quel climax di provocazione estetica iniziato con il cortometraggio Umshini Wam (2011) e continuato poi da Spring Breakers (2012), attirando – in negativo – l’attenzione della critica.

Il film segue Moondog (un delirante Matthew McConaughey) tra le strade di una ricca e sregolata Miami, un antieroe dalla mente brillante ma ormai fusa da alcool e droghe, che si destreggia tra ricchezza ostentata, volgarità esposte, un matrimonio più o meno stabile ancora acceso da una passione irrefrenabile e una sconclusionata attività da autore di libri paradossalmente di grande successo. Entrare in Beach Bum significa immergersi nella caleidoscopica, lisergica e iperattiva mente del poeta Moondog, di cui il film assimila la visione fino a diventare uno dei suoi irriverenti poemi d’amore, tanto nella forma quanto nel contenuto, sorretto al leitmotiv della sua risata sguaiata.

La non meno intricata e geniale mente di Korine ha, di nuovo, trasformato una serie di vite in fumo in uno studio sulle immagini contemporanee e sull’estetica da videoclip, che sempre più viene assimilata dal cinema attuale (come anche il recente Ema di Pablo Larraìn, non ancora distribuito in Italia). Il montaggio non cronologico e dagli sbalzi antinarrativi, i sinuosi movimenti di macchina e i colori ipersaturati declinano il linguaggio cinematografico nella grammatica dell’era post-MTV. In Spring Breakers l’operazione visiva era accompagnata da una decontestualizzazione e una desacralizzazione dei volti innocenti “da Disney Channel”, ovvero quelli di Selena Gomez e Vanessa Hudgens, e anche in Beach Bum Korine opera la stessa deformazione con Zac Efron, seppur relegato nel ruolo secondario di un piromane ribelle in riabilitazione. La stessa operazione spiazzante viene compiuta anche con volti iconici del mondo musicale: in Umshini Wam era quello Yolandi Visser, Spring Breakers di Gucci Mane e ora di Snoop Dogg, una figura simbolica che aderisce alla perfezione all’immaginario etico ed estetico costruito da Korine.

Beach Bum è un film ma è anche un libro, quello scritto da Moondog: un (auto)ritratto di un poeta e di una generazione che si auto determina e definisce per mezzo dei nuovi linguaggi visivi. L’essenza di Beach Bum risiede dunque nella sua confezione estetica, nella sua immagine esattamente per come appare; è tutta racchiusa nella sua superficie senza mai essere superficiale. D’Annunzio diceva di vivere la propria vita come fosse un’opera d’arte, e Moondog, a modo suo, lo fa. Apre e chiude la sua storia con una delle sue migliori poesie: se in lui non c’è traccia di redenzione, non si può dire che la sua non sia una storia a lieto fine. Il delirio di Beach Bum non è un dramma, ma un susseguirsi di fuochi d’artificio.

Chiara Ghidelli