Qholla è il prestigio musicale di un artista esordiente che in soli ventitré minuti ha creato un gioco futuristico e volutamente caotico. Barre crude, glitch oscuri, voci pitchate e scherzi ritmici improvvisi: una magia di dodici mosse studiate scrupolosamente da un artista che proviene “da un ambiente in cui non c’è nulla di magico” (No. Magia feat. Deepho). Abbiamo chiacchierato con l’autore di questo trip musicale: Deriansky.

Raccontaci un po’ chi è Deriansky.
Sono un comune ragazzo di ventun anni che vuole esprimere la propria visione artistica attraverso un percorso musicale a lungo termine. Nasco da un ambiente puramente hip-hop e mi sono dedicato alla ricerca di un suono personale che potesse rappresentarmi in pieno. Dietro c’è studio, lavoro e ricerca.

Negli ultimi anni hai frequentato la scena underground parmense, prendendo parte a battle di freestyle ed eventi legati al mondo hip-hop underground. In che modo queste esperienze hanno influito sulla tua formazione artistica?
Tutto ciò ha formato in modo considerevole più l’approccio alla musica che alla produzione in sé. In questo ambiente ho conosciuto molte persone, di qualsiasi età, con una visione dell’arte che mi affascinava e condividevo. Ho imparato da persone che molti definirebbero puristi in modo dispregiativo, ma in realtà sono spinti da una passione incredibile e duratura, che mantiene una coerenza sia nella vita che nella musica. Ho conosciuto anche molti giovani rapper, producer e artisti che erano pronti a mettersi in gioco con la propria musica senza pensare al contorno di plastica del mercato di oggi. Lì contava solo la tua arte e non venivi giudicato per altro, oggi la vivo così io.

E la tua città, Parma, che impatto ha avuto sulla tua musica? L’hai vissuta più come un luogo di stimoli oppure è stata la tua crew NTR e il collettivo Cypha Varano a diventare luogo di scambi reciproci?
NTR crew era una cosa da amici, non eravamo l’unica crew di Parma e si alternavano le uscite con altri gruppi di amici che formavano altre crew. Gli stimoli erano gli eventi di nicchia di cui parlavamo prima. Poi crescendo è nato Cypha Varano che è vivo tutt’oggi. È un’idea, non è una crew. Chiunque frequenti il cypha fa parte del cypha, infatti oggi ci sono decine di ragazzi che fanno dalle rime al beatbox. Molti di loro li conobbi alle battle e ai live di artisti del posto.

Immagino che l’hip-hop anni Novanta, come per molti rapper, sia stata la tua scuola di riferimento, per poi avvicinarti all’elettronica hardcore e alla dubstep. Cos’è rimasto del ragazzino che ascoltava Nas e Biggie?
Sicuramente è rimasta l’idea del “keep it real”, mentre a livello di influenza musicale le metriche di alcuni pezzi e i breakbeat grassi. Poi ci sono tutti i ricordi che associo a periodi, i pomeriggi in giro con il rap anni novanta in loop sul telefono e la prima rec del mio primo pezzo da solo su Nas is like.

A giugno 2020 è uscito HANAMI, un progetto innovativo firmato Asian Fake, di cui hai preso parte con il brano Team Crociati. Com’è nata la partecipazione al progetto e com’è stato entrare nel roster di Asian Fake?
Tramite Amanda Lean conobbi Victor Kwality, ci sentimmo e dopo qualche giorno mi fece la proposta che poi portò la mia partecipazione in HANAMI e l’entrata nel roster di Asian Fake. È stata un’opportunità unica quella di poter iniziare a lavorare con artisti che ascoltavo e stimavo. Ho capito subito che l’ambiente era quello giusto per me. Oggi sono più consapevole del mio potenziale e sono seguito da persone capaci e disponibili.

Team Crociati è un pezzo stralunato che unisce voci pitchate, barre schiette e un drop tipicamente dubstep che suggerisce un immaginario futuristico e caotico. Ti ha ispirato qualcosa in particolare per comporre questo trip musicale?
Con i miei amici abbiamo sempre apprezzato i cambi improvvisi. Ci gasano di brutto. Ci sono diverse tracce che mi hanno ispirato, ma l’idea di base era quella di fare la mattata.

Parlando sempre di Team Crociati, non si può non cogliere il break improvviso che precede il ritornello, creando un vuoto sonoro che spiazza e stravolge completamente il pezzo. Quanto è importante per te il contrasto in fase di produzione?
Ho imparato negli anni quant’è fondamentale il ruolo del contrasto in una traccia sia grazie allo studio, sia grazie all’orecchio. In Team Crociati ho voluto esagerare, ma la ricerca del contrasto c’è sempre in fase di produzione.

Sicuramente questa scelta denota l’orecchio di chi ha ascoltato tanto e ha saputo trarre da questi ascolti dei tips and tricks. Il nome di un artista che in questo ti ha fatto da “maestro”?
In questo momento mi viene da dire Flume.

Arriviamo al punto. Il 27 novembre è uscito Qholla, il tuo esordio discografico: dodici tracce interamente scritte e prodotte da te, sempre per Asian Fake. Come ha preso forma il progetto e qual è il suo concept?
Il progetto è composto da canzoni create tra il 2017 e il 2019, quindi lo considero il risultato della mia evoluzione artistica. Il concept era di fare un disco prevalentemente ansiogeno, ma il risultato finale venne fuori soltanto alla fine. La sintonia tra i pezzi è nata da sola e ho voluto dare una struttura alla tracklist che dividesse l’album in tre parti e che fosse scandito dai due skit. Asian mi ha voluto supportare e lo ha fatto entrando proprio nel viaggio, contribuendo a realizzare un risultato che, sinceramente, non mi aspettavo.

Come cambia il tuo approccio quando lavori sulla parte strumentale rispetto a quella lirica?
Per quanto riguarda la strumentale posso lavorarci quasi sempre, mentre per scrivere ho bisogno di una sensazione precisa. Credo sia un limite su cui devo lavorare in futuro. Lavoro alla produzione pressoché tutti i giorni, la vivo come se fosse la mia PlayStation. La scrittura ha bisogno di un’ispirazione forte che non sempre riesco a trovare.

Ascoltando l’album la sensazione che si prova è di essere catapultati in una dimensione anarchica in cui tutto però sembra essere perfettamente organizzato e al proprio posto. Un ossimoro musicale che funziona. Qual è il segreto? Forse è la metrica delle barre a dettare la linea?
Credo che il segreto sia avere anche la capacità di immaginare la canzone o un disco nel suo complesso. Tutto questo svarione è come se fosse misurato con il righello. Le barre dettano il messaggio vocale del pezzo, e ho curato che cosa dire e in quale pezzo dirlo molto scrupolosamente.

Due curiosità: che cos’è Team Crociati e cosa significa Tomasiti?
Team Crociati è una squadra dilettantistica di calcio. Si trova a Parma e quando giocavo mi è capitato più volte di affrontarla. La canzone non è un tributo però, diciamo che è una citazione. “Tomasiti” è una storpiatura di “to my city”. Ha un significato che più inerente alla quotidianità che alla città in sé.

Vuoi parlarci anche dell’aspetto visual di Qholla? Tu e Nic Paranoia (visual designer del disco) siete perfettamente in linea, o sbaglio?
Io e Nic ci siamo conosciuti in amicizia lavorando a vari progetti insieme, il primo approccio è stato di stima artistica reciproca. Avevamo la stessa visione distorta e abbiamo capito che potevamo trasmettere esattamente quello che volevamo, cosa non scontata in una produzione artistica. Abbiamo passato gli ultimi due anni sempre connessi a scambiarci materiale su cui lavorare o realizzando idee future. Lui ha creduto nel progetto e ci ha messo tanto, credo sia anche suo questo disco ormai.

Cosa ci dobbiamo aspettare dopo l’uscita del disco?
Un continuo.

Hai aperto i concerti di importanti artisti (Johnny Marsiglia, Nerone, Murubutu, R.A. the Rugged Man e A.F.R.O). Ora che hai avviato una tua carriera musicale, con quale artista ti piacerebbe collaborare un giorno?
Ce ne sono tanti, sicuramente Moody Good.

Deborah Cavanna