Il montaggio accelerato mostra i tre volti dei protagonisti mentre il titolo a caratteri cubitali piano piano si compone sullo schermo, accompagnato dalla musica frenetica di Michel Legrand. Datato 1964 e riproposto in versione restaurata a metà febbraio 2018 nelle sale italiane, Bande à part riporta lo spettatore agli esordi della Nouvelle Vague, che nel 1964 aveva appena raggiunto l’apice estetico con il film precedente di Godard, Le Mépris (1963). C’è qualcosa che Bande à part è riuscito a cogliere più degli altri film della Nuova Onda francese: la drammatica leggerezza della vita, con i suoi amori, le sue bighellonate e la sua musica.

Gli scorci di una Parigi invernale sono una presenza costante e sempre piacevole nei film del regista, e non smettono mai di incantare, ma, a differenza di Fino all’ultimo respiro (1960), i luoghi in cui si svolge la vicenda di Bande à part non sono i centri urbani storici della città, come gli Champs-Élysées (immortalati con un long take magistrale che sottolinea la bellezza del viale alberato parigino), bensì le periferie della metropoli, che infondono alla storia le caratteristiche di un noir drammatico in cui la filosofia dell’arrangiarsi è l’unico credoIl film unisce queste suggestioni agli stilemi dei gangster movie americani (genere molto caro a Godard) nel raccontare la vicenda di due ragazzi, Arthur (Claude Brasseur) e Franz (Sami Frey), amanti della vita facile e poco propensi a cercare un lavoro. L’incontro di Odile (Anna Karina) li porta a creare una banda piuttosto discutibile e, tutti insieme, decidono di rubare una consistente somma di denaro con cui realizzare i propri sogni.

Il colpo ideato dai ragazzi è lo scheletro su cui si basa il soggetto del film, ma Godard sceglie di raccontare anche tutto ciò che gira intorno ai tre personaggi: i loro sentimenti, i loro caratteri e i loro pensieri. La voce narrante è affidata alla voice over di Godard, che non perde occasione per ricordare allo spettatore che sta assistendo a una proiezione cinematografica, impedendogli di calarsi nell’illusione cinematografica. Così, a dieci minuti dall’inizio del film, lo si sente dire: “Per gli spettatori che sono entrati in questo momento in sala…”, prima di offrire un breve riassunto di ciò che si è visto fino a quel momento: per aiutare i ritardatari a entrare nel mondo dell’illusione e tutti gli altri a uscirne.  

La sequenza centrale del film è la più esilarante. I tre amici, in attesa che scocchi l’ora del colpo, si concedono una visita contro il tempo al museo del Louvre, correndo all’impazzata per le sale (scena che sarà poi ripresa da Bertolucci in The Dreamers – I sognatori nel 2003): una critica ironica alla cultura di massa con le sue visite guidate e allo stesso tempo una volontaria dissacrazione del tempio dell’arte. Pur non essendo il film più amato dallo stesso Godard, Bande à Part è stato per i registi futuri una grande fonte d’ispirazione, non solo per il sopracitato Bertolucci. Si pensi a Quentin Tarantino, che riprende evidentemente il film nella famosissima scena del ballo nel bistrot di Pulp Fiction (1994). Ed è sempre Tarantino che sceglie di chiamare la sua prima casa di produzione cinematografica “A Band Apart”, in omaggio alla pellicola di Godard. Bande à part ha influenzato anche altri registi d’oltreoceano come Robert Altman e Martin Scorsese. Ma a sua volta vive d’influenze, come quelle di Truffaut e Rohmer. La capacità dell’opera di donare e ricevere suggestioni a e da diverse pellicole e registi sottolinea l’importanza che riveste ancora oggi per la settima arte.  

Mattia Migliarino

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