1. Designed for Netflix, assembled in Italy

Baby prende spunto dallo scandalo, scoppiato nel 2013, delle baby-squillo dei Parioli, quartiere altolocato della Capitale. Le vicissitudini di Chiara (Benedetta Porcaroli) e Ludovica (Alice Pagani) sono il filtro attraverso cui viene raccontata l’adolescenza dei ragazzi di oggi, fatta di amori, gelosie e bullismo. Le due ragazze, così come gli altri personaggi, vivono all’interno di un clima famigliare pesante, causa della loro voglia malsana di evasione, che li porterà a immischiarsi nei loschi giri di prostituzione, alcool e droga. Baby è un calderone di riferimenti, un collage di diversi prodotti già visti: vuole provocare come Skins, cerca il teenage drama altoborghese alla Gossip Girl e l’intrigo di Pretty Little Liars, ricicla il contesto di Èlite, pesca a casaccio suggestioni estetiche da Refn e visioni dalla Roma sorrentiana. Una ricetta che risulta a dir poco indigesta.

2. “Fatti e avvenimenti sono stati cambiati ai fini della drammatizzazione”

Baby ha alzato un polverone che ha fatto infervorare l’opinione pubblica, venendo accusato di aver reso glamour la prostituzione minorile. Ma non è proprio così. La serie britannica Diario di una squillo per bene (2007/2011) aveva già sdoganato il tema della prostituzione, liberandola dallo stereotipo che la voleva necessariamente dipingere come una scelta disperata e moralmente “sporca”. Il nodo problematico di Baby, verte, invece, sull’età delle ragazze-squillo, che sono minorenni. Il lento e confuso sviluppo della narrazione, però, impedisce alla serie di contribuire in modo incisivo alla controversia e, col procedere della storia, sembra dimenticarsi cosa si era preposto di raccontare.

3. “Ogni riferimento a persone esistenti è puramente casuale”

Se la sceneggiatura risulta superficiale, lo stesso vale per i personaggi: inverosimili e stereotipati (dal ragazzo borgataro che spaccia alla ragazza altoborghese con velleità ribelli), mettono in scena fughe repentine dalle case dei genitori, urla isteriche e pianti disperati. Un mood inappetibile per il pubblico italiano e per nulla convincente per il pubblico internazionale.

4. Buoni o cattivi

Incapace di azzardare, Baby si limita a riproporre pari pari il fatto di cronaca, per di più appiattendolo su una struttura manichea che divide nettamente eroi e antieroi, amici e nemici. Il caso delle baby-squillo non infatti era un episodio isolato, ma rientrava in un fenomeno diffuso, parte una fitta rete in cui (al contrario della serie tv) non esistevano vittime da una parte e carnefici dall’altra: il confine era flebile confine ed erano tutti peccatori. Così, il potenziale provocatorio delle protagoniste, aspiranti Lolite 2.0, viene annullato, preferendo rimanere nella comfort zone del politicamente corretto.

5. La cornice

L’inverosimiglianza della sceneggiatura ricade anche sulla scelta delle location: Roma inquadrata dall’alto e banali scene da liceo tentano di replicare il mood delle serie tv d’oltreoceano, ma finiscono solo col banalizzare la serie. Unica nota di merito, la colonna sonora: Achille Lauro, Maneskin, Thegiornalisti e Cosmo rappresentano l’essenza degli adolescenti italiani di oggi.

Daniela Addea