Il cinema indipendente europeo torna accessibile per tutto il mese di dicembre 2021 grazie alla sesta edizione di Artekino, raccoglitore online delle opere di registi nuovi, spesso emergenti. Fondato nel 2016, il festival arriva anche quest’anno con una rassegna di 10 film provenienti da tutta Europa, fruibili gratuitamente in streaming direttamente dalla piattaforma Arte.tv. Il progetto ha l’obiettivo di dare voce e spazio alla comunità cinematografica europea, soprattutto a quegli immaginari in continua evoluzione che danno forma alle visioni dei nuovi talenti di oggi.

Anche quest’anno, vi proponiamo la selezione di 1977 delle opere in concorso. E ricordatevi di votare il vostro film preferito, che si aggiudicherà il premio del pubblico.

LOMO: The language of Many Others, Julia Langhof, Germania, 2017

La vita tranquilla nella periferia di Berlino, due genitori benestanti e una sorella maggiore che presto lascerà la casa per studiare in Canada: questi i riferimenti che plasmano la quotidianità del diciassettenne Karl, ma soprattutto il suo blog. Karl, infatti, non sembra interessato a scegliere una strada per il futuro, vuole solo a passare le sue giornate a scrivere online, tanto da decidere di mettere la sua stessa vita nelle mani degli utenti. Questa disconnessione di Karl dal mondo reale apre così un’importante riflessione sulle problematiche di una generazione complessa, la Gen Z, assumendo tratti distopici alla Black Mirror e mettendo in luce efficacemente difficili dinamiche familiari e fragili sentimenti dell’adolescenza. 

Sami, Joe and I, Karin Heberlein, Svizzera, 2020

Cosa significa essere adolescenti? Sami, Joe e Leyla provengono da famiglie molto diverse: i genitori di Sami sono autoritari e la controllano di continuo; Joe deve fare da baby-sitter ai suoi fratelli mentre la madre lavora per mantenere la famiglia da sola; Leyla, dal cui punto di vista viene narrata la storia, è orfana di madre. La loro amicizia è ciò che aiuta le tre ragazze a superare i momenti difficili, soprattutto durante l’estate, quando, finita la scuola, il loro mondo viene invaso dalla crudeltà della vita adulta e dalla perdita dell’innocenza. Ma gli equilibri delle loro amicizie vacillano definitivamente quando Sami subisce la fascinazione del radicalismo religioso, decidendo di scappare, mentre Joe viene violentata dal capo della madre. Con questo film, essenziale e poetico, la regista vuole proporre un’alternativa alle solite eroine stereotipate da film: le protagoniste sono adolescenti come le altre, con sogni e preoccupazioni, che si battono nel tentativo di mantenere salda la loro identità e di avere cura delle proprie fragilità.

Oasis, Ivan Ikić, Serbia/Paesi Bassi/Slovenia/Bosnia ed Erzegovina/Francia, 2020

Presentato alle Giornate degli Autori alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2020, il film è ambientato all’interno di un istituto per persone con disabilità, nel quale si crea un tenero quanto pericoloso triangolo d’amore. La regia a mano dinamica e sconnessa e gli attori non professionisti rendono ancora più intenso il film, che, diviso in tre capitoli – uno per ognuno dei protagonisti – e altrettanti punti di vista, passa attraverso situazioni di incomunicabilità, gelosia, competizione, amore, odio, tradimenti e scontro. In un crescendo di tensione che sfocia in conseguenze inaspettate e terribili, Oasis è un’opera disturbante, che trasmette un forte senso di disagio, simile per certi versi a Dogtooth di Yorgos Lanthimos. Solo nell’ultima parte prevarranno la delicatezza e l’intimità dei sentimenti, che portano però inevitabilmente a un drammatico finale.

Call Me Marianna, Karolina Bielawska, Polonia, 2015

Il film pone al centro la figura di una donna sulla quarantina nata in un corpo che non sente suo, che non è suo. Si sottopone così alla riassegnazione chirurgica del sesso. Ma l’operazione è solo uno dei mille scalini e dei mille ostacoli che questo percorso pone e richiede. La vita di Marianna è infatti costellata di solitudine, e la sofferenza più grande risiede proprio nel rifiuto e nell’abbandono da parte dei genitori – che continueranno a chiamarla per sempre con un nome maschile. Non basteranno le terapie ormonali, né i documenti che dimostrano come sia una donna anche agli occhi della legge – elemento decisivo e di fondamentale importanza per Marianna -, perché nulla sarà mai sufficiente per i suoi genitori. L’unica persona sempre pronta a spronare Marianna e infonderle fiducia è il suo compagno, che le resta sempre accanto, come anche la ex moglie di Marianna, che non nutre alcun rancore, forse solo un po’ di malinconia per un passato e un marito che, ormai, non esistono più. Il film racconta così non la storia di una rinascita, ma quella di una nascita.

Nocturnal, Nathalie Biancheri, Regno Unito, 2019

I destini dei due protagonisti si svolgono lungo le coste dell’Inghilterra, nello Yorkshire, in una non ben specificata cittadina anonima e provinciale: Laurie è una sedicenne che non comunica con la madre ed è cresciuta senza padre; Pete ha trentatré anni e non sa prendersi cura né di casa propria né di una relazione. La ragazza è da poco tornata nella città natale della madre, locus solo idealmente amoenus in cui anche Pete è nato e cresciuto. I due si incontrano per caso nel centro sportivo dove lui sta lavorando come imbianchino e dove lei va a correre quasi ossessivamente. La loro amicizia è la sola cosa che li fa evadere da un’esistenza altrimenti solitaria e senza particolari stimoli o interessi: sono due outsider che si incontrano, due stranieri, due diversi dalla norma che, insieme, si sentono finalmente compresi. Durante i loro incontri, le mille luci delle fabbriche fuori città possono diventare Las Vegas e si fanno prendere da fantasie sul mollare tutto e andare a vivere altrove, in un posto migliore. Presto Laurie si invaghisce di Pete, facendo di tutto per sedurlo ma venendo sistematicamente respinta. Ed è proprio sul blocco, la paralisi e i limiti di Pete che si focalizza l’intero film, interpretato da Cosmo Jarvis – astro emergente del cinema indipendente britannico, già co-protagonista nel 2016 dell’insolito dramma in costume Lady Macbeth e aggiudicatosi anche un piccolo ruolo nell’acclamata serie TV Peaky Blinders -, restituendo la tenerezza di un uomo che non capisce se stesso e le proprie emozioni, venendone dolorosamente sopraffatto, ma che lotta per dar loro un nome e provare a comprenderle.

Uppercase Print, Radu Jude, Romania, 2020

Romania, 1981. La Securitate ha rinvenuto sulle mura cittadine delle scritte inappropriate e ostili al Partito, incitanti alla giustizia e libertà. Il colpevole? Un giovane 16enne di nome Mugur Calinescu, assiduo ascoltatore di Radio Europa Libera, dalle idee reazionarie e democratiche, le stesse che lo porteranno nel baratro di una tragica fine. Questo film è una preziosa testimonianza storica della Romania di fine ‘900, lacerata da una dittatura mascherata da comunismo, costruita e portata avanti per 20 anni dal Presidente Nicolae Ceausescu. Scene di esaltazione del regime, di usi, costumi e credenze popolari si alternano e intrecciano alla storia personale di Mugur, narrata in maniera asettica e distaccata, da lui in prima persona, dai testimoni e dalle dichiarazioni ufficiali alla Securitate. La vittoria finale della dittatura sul libero pensiero non è altro che il trionfo di un patriottismo subdolo e di una tossica celebrazione della gioventù, splendenti coperture di una finta Repubblica che non ammette il pentimento, né tantomeno il diverso, ma solo la sua intoccabile perfezione. Niente è come sembra, tutto è come deve essere.

Jiyan, Süheyla Schwenk, Germania, 2019

Presentata in concorso al Taormina Film Festival 2020, questa intensa e convincente opera prima racconta di una coppia di coniugi turchi, lei Hayat e lui Harun, in dolce attesa e in fuga dalla guerra in Siria e rifugiata a Berlino in casa dello zio di Harun. Toccando tematiche attuali e drammatiche come l’integrazione, lo scontro tra persone di religioni diverse e il problema dell’immigrazione, adattate a un contesto piccolo e delineato, il film mostra come la donna della casa dello zio faccia fatica ad accettare Hayat perché curda, sottoponendola a stress sia psicologico che fisico, fino a quando non rischierà di perdere il bambino. Lo spettro della guerra riemerge con gli incubi che tormentano il sonno di Hayat, portati dal regno dell’onirico concretamente in scena per immergere il pubblico nella paura e nel dramma. Attraverso scene domestiche che creano veri e propri quadri famigliari, la narrazione è portata avanti unicamente dal punto di vista della protagonista, con la quale viene spontaneo entrare profondamente in empatia, grazie anche alla magnifica interpretazione di Halima Ilter, che riesce a trasmettere tutte le sfumature di sentimenti che prova, dai momenti felici al drammatico epilogo.

Wood and Water, Jonas Bak, Germania, 2021

Anke, una donna prossima a un’idilliaca vita da neopensionata nella campagna tedesca, si reca a Hong Kong alla ricerca del figlio, da troppo tempo assente dalla sua vita. Realtà e finzione documentaristica si confondono in questa sorta di biopic, dando vita a una profonda riflessione sul concetto di casa. Splendide immagini di specchi d’acqua riflettono l’immobilità di un passato ormai sbiadito dal tempo, in giustapposizione alla frenesia di una città bloccata in un presente socialmente caotico e apparentemente invivibile. Anke, con la “forza del legno” ma con la “gentilezza dell’acqua”, si farà presto strada tra le mura claustrofobiche della metropoli asiatica, rendendo quest’ultima protagonista di una storia di riscoperta interiore che le cambierà la vita per sempre. L’uso sapiente dell’inquadratura e del suono, in relazione all’architettura degli edifici, racconta con angoscia l’anima di una città capace di confondere e inghiottire, ma anche di rivelare un lato più umano.

La redazione