Fino alla fine di dicembre, ArteKino Festival mette a disposizione in streaming gratuito una selezione di film realizzati da giovani registi europei. Dieci film, tra racconti di finzione e documentari, che offrono una lente attraverso cui possiamo osservare le dinamiche di una comunità europea variegata, che ha ancora bisogno di elaborare il proprio legame con la storia passata. Nato nel 2016 e co-fondato da Europa Creativa – un programma di incentivi a sostegno delle produzioni interne alla comunità europea -, il progetto ha sempre posto al centro il valore dell’immaginazione e della collettività, assumendo una solida posizione politica e culturale.

Tra i dieci film in concorso, tutti visibili gratuitamente sul sito ufficiale di ArteKino Festival, abbiamo fatto la nostra selezione interna, così da aiutarvi a orientarvi nel programma. Oltre al premio della giuria, infatti, sarà consegnato un premio anche da parte del pubblico: partecipate votando ogni film alla fine dello streaming, e fate la vostra parte nel dare forma al cinema europeo del futuro.

Motherland, Tomas Vengris, Lituania/Lettonia/Germania/Grecia, 2019

Immigrazione e identità diventano, soprattutto in un’ottica comunitaria europea, lo spunto per esplorare il tema dell’eredità culturale e dell’incomunicabilità tra adolescenza e mondo adulto. Dopo aver vissuto vent’anni negli Stati Uniti per fuggire al regime sovietico, una donna di origini lituane torna nel proprio paese, nella tenuta di famiglia, trascinandosi dietro il figlio. Al suo ritorno, però, trova la casa occupata da una famiglia russa che si trova in condizioni economiche disastrose. La nostalgia e il confronto con il passato che assalgono la donna durante il viaggio contrastano di netto con la meraviglia e la curiosità del figlio, assorto a contemplare una dimensione ancora da scoprire. Ma non si tratta del tradizionale film di formazione: Motherland è un’indagine sensibile e commovente sul turbamento interiore. La questione dell’indipendenza politica lituana viene così elevata a potente simbolo universale, pur mantenendosi come sfondo concreto e potente, cruciale nell’esperienza individuale del regista.

THF: Central Airport, Karim Aïnouz, Germania/Francia/Brasile, 2018

Monumento iconico del riarmo hitleriano, cattedrale nel deserto, museo, parco pubblico, Tempelhof, un tempo aeroporto centrale di Berlino, è stato convertito da anni in centro di accoglienza per rifugiati. La realtà proteiforme dell’aeroporto viene esplorata da un sapiente occhio compositivo, che accosta gli imponenti edifici geometrici degli hangar, divenuti città in miniatura, alle piccole figure degli abitanti che popolano questa non-città. L’occhio di Aïnouz riesce a restituire il carattere unico di questo spazio, dove ogni struttura ha perso la propria funzione originaria e ha acquisito un nuovo scopo domestico, diventando parte dello scenario su cui si stagliano le storie dei rifugiati. Narrate da un’angolazione inedita, la sofferenza di queste esistenze non giunge, dirompente, da momenti di crisi o ricordi traumatici, che vengono soltanto rievocati, ma dalla consapevolezza che una situazione temporanea è diventata abitudine, quotidianità, stasi, oscillando tra la speranza di ricevere l’asilo e il costante timore di essere respinti.

Love Me Tender, Klaudia Reynicke, Svizzera, 2019

Love me tender è un lavoro audace e divertente, capace di affrontare la crisi con la giusta dose di cinismo e umorismo. La storia è quella di una giovane agorafobica che si vede obbligata ad avventurarsi fuori di casa e fronteggiare i propri demoni. Seconda è un’antieroina moderna, in continua lotta contro le aspettative della società in quanto donna e in quanto essere umano. Ritrovatasi fuori dalla propria comfort zone e costretta a confrontarsi con le difficoltà del mondo esterno, la protagonista diventa un simbolo puro di libertà e anticonformismo, che afferma il proprio diritto a essere imperfetta e magnificamente complessa. Il film è il tentativo di rappresentare un viaggio attraverso la vita, una ricerca esistenziale, poetica, estetica. Un percorso che Seconda affronta senza porre il suo disturbo come prigione da cui scappare: l’agorafobia è per lei un dispositivo individuale di ribellione, di lotta contro il costante appiattimento imposto dalla società.

Lessons of Love, Chiara Campara, Italia, 2019

Un lavoro di lucido realismo che si inserisce nella migliore tradizione del cinema italiano. Ma anche un’opera d’arte dalla forte carica empatica, con un protagonista romantico in senso ottocentesco, antieroe perdente e disilluso, figura anonima ma autentica, membro della società dimenticato. Yuri ha trent’anni e gestisce con suo padre un allevamento di vacche in un paesino sperduto di montagna. Il suo amore per Agata, una ragazza incontrata in un nightclub, lo convince ad abbandonare il suo mondo, un mondo che conosce fin troppo bene ma che non ha mai veramente scelto, dove l’amore è in realtà una consapevole e continua lezione di aggressività, di frustrazione, di odio. Un’iniziazione al dubbio, alla necessità di scegliere. La destinazione è sconosciuta. Il viaggio fisico ed emotivo di Yuri tematizza l’indeterminatezza della vita, l’atemporalità dell’educazione sentimentale e l’esigenza di seguire i nostri desideri per capire chi siamo.

Sébastien Tellier: Many Lives, François Valenza, Belgio/Francia, 2020

Trasferitosi a New York, François Valenza realizza nel 2012 A Thousand Minds, un documentario di trenta minuti sull’attività cantautoriale di Sébastien Tellier. Dopo otto anni di lavoro, l’enorme quantità di materiale è confluita in questo lungometraggio, che tra immagini tratte dagli archivi personali, sessioni in studio, videoclip, interviste ad amici e musicisti racconta una delle figure iconiche della musica elettronica francese contemporanea. Passando attraverso le scene di Nonfilm di Mr. Oizo e il legame con gli Air, il rapporto Tony Allen e quello con Guy-Man, il film delinea una figura stratificata e controversa, un “perdente esuberante”, come a lui stesso piace definirsi. Sébastien Tellier è una creatura dai mille volti, guru spirituale, dandy punk, avanguardista paradossale ed esuberante, in continua ricerca dell’equilibrio tra la tanto agognata popolarità e la purezza lirica della musica. Il film disvela un universo artistico sorprendente, spiazzante e disturbante, che la scena pop non è mai riuscita a contenere, lasciando che rimanesse sempre autentico e fedele alle proprie premesse, anche a distanza di vent’anni.

Pietro Bonanomi