Scoprire talenti, dare spazio a nuovi sguardi, nuovi volti, nuove visioni. L’obiettivo di un festival del cinema dovrebbe essere proprio questo: rendere accessibile a un vasto pubblico qualcosa di nuovo e radicalmente diverso da ciò che si può trovare in sala. Dal 2016 ArteKino Festival fa proprio questo.

Fino al 31 dicembre, potrete vedere gratuitamente sulla piattaforma streaming di ArteKino Festival 10 film di 10 autori provenienti da 10 diversi Paesi europei. Creato da ARTE e sostenuto dal fondo Creative Europe – MEDIA per lo sviluppo dell’audiovisivo, il festival celebra il concetto di un’Europa unita che mira a valorizzare le specifiche differenze dei Paesi che la compongono. Ognuno dei 10 film (di cui 7 opere prime) è un viaggio di scoperta attraverso mondi curiosi e affascinanti, solitamente inaccessibili o impervi, dove nasce un cinema coraggioso e originale.

Sons of Denmark, Ulaa Salim, Danimarca, 2019

Danimarca, 2025. Un attentato terroristico di matrice islamica ha favorito l’ascesa al potere di un politico ultra nazionalista, Martin Nordhal, che promette di rimpatriare tutti gli immigrati. È da questa premessa che Ulaa Salim, alla sua opera prima, racconta un futuro spaventosamente simile al presente. Il film si apre con Zakaria, diciannovenne di origini irachene, che si radicalizza dopo alcune minacce alla minoranza araba da parte dei “Figli della Danimarca” (un gruppo apertamente intollerante e violento, di stampo neonazista), ma quando finisce in prigione dopo un fallito attentato al futuro ministro, tutta l’attenzione si sposta su Malik, l’agente che ne ha permesso l’arresto. Malik vive tutta l’ambiguità della sua situazione: poliziotto danese, immigrato arabo; il senso del dovere e la preoccupazione per i suoi fratelli e la sua famiglia lo tormentano costantemente. Allo stesso modo lo spettatore è angosciato dalle dinamiche che guidano l’odio tra le differenti fazioni e si rende conto della ferocia dell’intolleranza solo quando viene legittimata a livello istituzionale, ma è ormai troppo tardi. Nordhal insiste sul gioco politico e dei mass media, che condannano e allo stesso tempo alimentano la violenza dei Danmarks Sønner. Il concatenarsi degli eventi conduce a una conclusione al limite dell’inverosimile, da leggere in chiave simbolica: l’estremismo può solo portare a conseguenze estreme.

Thirty, Simona Kostova, Germania, 2019

Un gruppo di amici sull’orlo dei trent’anni e una notte da passare vagando senza meta nel quartiere berlinese di Neukölln, in procinto di trasformarsi da periferia operaia a luogo underground e cool. Girato in soli otto giorni e con una crew ridotta al minimo, Thirty impressiona per la sua lucidità narrativa e precisione di linguaggio: i personaggi sono intrappolati dentro inquadrature terribilmente simmetriche e statiche o inseguiti dalla steadycam mentre vagano alla ricerca di un domani il cui senso sfugge continuamente alla loro comprensione. Un ritratto crudo e diretto della crisi di una generazione avida di futuro ma priva degli strumenti per afferrarlo.

Thirst, Svetla Tsotsorkova, Bulgaria, 2015

In uno sperduto villaggio bulgaro arso dalla siccità, la vera sete non è quella che si può spegnere con l’acqua. Con un impianto narrativo ridotto al minimo e dialoghi essenziali, il film scava lentamente nella psiche e nei rapporti tra i personaggi, ciascuno alle prese con le proprie mancanze e i propri desideri taciuti. Sorretto da un casting efficace e da una fotografia capace di restituire i sapori e i colori di questa terra disseccata, Thirst costruisce un discorso delicato e profondo.

Normal, Adele Tulli, Italia, 2019

A metà degli anni ’60 Pier Paolo Pasolini e il produttore Alfredo Bini girano un film rivoluzionario, un documentario sulle opinioni, le tradizioni e, più in generale, sulle modalità con cui l’italiano medio affrontava il tema della sessualità e dell’amore. Ed è proprio sul modello di Comizi d’amore del 1965 che Adele Tulli costruisce la propria riflessione, tutta contemporanea, circa le abitudini di certa “italietta”, scostandosi poi dalla versione di Pasolini per inoltrarsi nell’attualità più recente. Se non si considerano il montaggio e il contributo sonoro, il film sembra farsi completamente da sé: niente sceneggiatura né attori professionisti, non ci sono talking heads né tagli a effetto, nemmeno l’ombra di un dialogo costruito, nessun accenno editoriale; solo un ampio parterre di comparse, uomini e donne, bambini e adolescenti, ripresi nelle loro attività quotidiane. Le inquadrature fisse rispecchiano l’apoliticità della scelta cinematografica, che si concretizza in un racconto fatto di mattoncini di dimensioni diverse, un accrochage di frammenti godibili e intensi. La scelta di limitarsi a una registrazione della realtà che scorre permette alla regista di assumere un punto di vista distaccato rispetto alle situazioni vissute dai soggetti filmati, che subiscono invece pesanti giudizi di valore da parte della società. Cos’è normale? Ciò che è naturale o ciò che è regolare e tradizionale? Normal si aggrappa disperatamente alla realtà in chiave sovvertiva, sferrando un calcio violento alla morale, mentre stravolge il senso di sicurezza e di protezione di coloro che, ciechi, guadano le rive di un fiume grigiastro e inquinato.

Selfie, Agostino Ferrente, Italia, 2019

Agostino Ferrente porta in sala una storia che altrimenti rischierebbe di scomparire. Nel 2014 nel rione Traiano di Napoli Davide Bifolco, un ragazzo di sedici anni, viene scambiato per un latitante e viene ucciso dalla pallottola di un carabiniere mentre è in motorino con altri due ragazzi. L’evento lascia il quartiere in un silenzio tombale. Nel 2017 Ferrente si reca nel rione Traiano per scoprire gli effetti che un evento come quello ha provocato sui ragazzi che vi abitano. Smarcandosi da tutte le polemiche sollevate dall’accaduto e da un approccio istituzionale,il regista rifugge l’indagine e cerca invece la storia di quello che è il quartiere oggi, lasciando che siano direttamente Alessandro e Pietro a raccontarla in videoselfie. I ragazzi accettano la proposta e si fanno portavoce del rione, riprendendosi da soli con un cellulare per raccontare in presa diretta il proprio quotidiano e l’amicizia che li lega. Aiutati dalla guida costante del regista, i due interpretano se stessi, guardandosi nel display del cellulare come fosse uno specchio in cui rivedere la propria vita da una prospettiva esterna, “altra”. Sono amici fraterni, diversi e complementari, abitano a pochi metri distanza uno di fronte all’altro, separati da Viale Traiano, proprio dove Davide fu ucciso. Pietro è un aspirante barbiere, mentre Alessandro lavora in un bar. Entrambi hanno sedici anni e come Davide non hanno alcun problema con la giustizia, cercano solo di guadagnarsi la vita con la fatica, non con la camorra. Collocato nel genere del documentario, Selfie adotta uno sguardo talmente personale, intimo e originale da andare oltre il singolo fatto di cronaca nera da cui è nato il soggetto: Ferrente porta sullo schermo una storia in presa diretta, pura e spontanea, a tratti persino impacciata, lontana da qualsiasi pretesa sociologica o antropologica, che si enuncia come uno spaccato autentico e personale. Il filtro tra l’oggetto dell’indagine e l’indagatore viene annullato: al racconto in video selfie vengono accostate esclusivamente alcune immagini gelide delle telecamere di sicurezza, metafora dell’indifferenza che avvolge e annienta quella realtà. Ne risulta un quadro apparentemente immutabile e senza futuro, popolata da ragazzi in motorino che diventano potenzialibersagli di un mondo dove la criminalità non è una scelta ma un destino che ti piomba addosso appena nasci.

Francesco Cirica, Valeria Fanti, Agnese Lovecchio, Anna Pennella