Quindici anni fa un quartetto di giovanissimi rockers di Sheffield si presentava al pubblico internazionale debuttando con il folle di nome di “Arctic Monkeys” e un album da predestinati. Dopo di loro, infatti, nulla sarebbe stato come prima nel panorama rock internazionale e Whatever People Say I AmThat’s What I’m Not (2006) detiene ancora oggi il record per il disco di debutto con il maggior numero di copie vendute nel Regno Unito. L’accoglienza calorosa riservata dalla stampa e dal pubblico inglese ai Arctic Monkeys, allora appena ventenni, ha consacrato il disco a classico. Se all’epoca pareva un responso un po’ prematuro, ad oggi ci suona premonitore: nella tempesta di punk, melodie iconiche e ritmi serratissimi che caratterizzano le tredici tracce del disco, ha trovato espressione il racconto stralunato dell’Inghilterra notturna, quella che vive nei club del Nord tra alcolici e riti sociali, aneddoti da dancefloor e tanta voglia di fare rumore.

Le travolgenti parti di batteria di The View From The Afternoon, in costante dialogo con le chitarre mordenti in I Bet You Look Good on the Dancefloor e in Fake Tales Of San Francisco sono il miglior modo per aprire il disco, descrivendo accuratamente l’atmosfera assordante e vivace da nightclub underground. Ispirato dalla passione giovanile per l’hip-hop, attraverso la sua voce magnetica Alex Turner riesce a raccontare in maniera totalmente personale e vivida le sensazioni sfacciate di un giovane inglese festaiolo, un po’ ubriaco e squisitamente ironico: “Well, it’s ever so funny/‘cause I don’t think you’re special, I don’t think you’re cool/you’re just probably alright/but under these lights you look beautiful”, canta in Still Take You Home. Gli arrangiamenti altalenanti e sconclusionati riescono a trasmettere all’ascoltatore quel vortice emotivo, trepidante e imprevedibile, che caratterizza le folli avventure notturne raccontate nei testi: dal disco-punk iniziale si prosegue con il sorridente romanticismo di Mardy Bum e A Certain Romance, passando per la stroboscopica When The Sun Goes Down e l’ambivalente Riot Van, dove una melodia morbida e a tratti nostalgica accompagna la storia di una bravata contro la polizia.

Il filo conduttore dell’album è il tono arrogante e fiero dei testi: la lirica è d’occasione, la morale assente, il sarcasmo affilato come una lama, il tutto condito dal realismo esperienziale che anima anche i titoli, espliciti e prolissi proprio perché schietti. Il Regno Unito non era certamente nuovo a questo genere, ma l’impasto tra punk e discoteca, melodie radiofoniche e ritornelli da brit-pop non aveva mai dato vita a un cocktail così particolare. Turner e colleghi hanno saputo cogliere i bisogni della loro generazione interpretandone gli istinti, in un rock nuovo, grintoso e veloce, melodico e verboso, pronto per le classifiche ma anche per le piste da ballo. Quindici anni e cinque dischi dopo, il prodotto della giovanile arroganza dei quattro musicisti riesce a travolgere l’ascoltatore con la stessa freschezza di chi ha ancora tutto da scoprire, in una wave che solo cambiando sempre resta fedele a sé stessa.

Riccardo Colombo