Voto

9

Un vecchio residence in riva al mare, un’impresa di costruzioni determinata a raderlo al suolo per far posto a un complesso abitativo moderno e un’inquilina pronta a lottare per non perdere il luogo in cui vive e, di conseguenza, parte della propria vita. Queste le coordinate della pellicola messa a punto dal brasiliano Kleber Mendonça Filho, accolta con entusiasmo alla scorsa edizione del Festival di Cannes.

A partire dal montaggio alternato che domina la prima sequenza – i festeggiamenti familiari per il settantesimo compleanno della zia vengono interrotti dai ricordi delle sue esperienze sessuali in gioventù –si prefigura la prepotenza del tempo che scorre e, ancor più, la forza del desiderio che pervade corpo e anima di una donna ormai giunta alla fase crepuscolare della propria vita, eppure ancora capace di ardere non solo per la carne, ma anche per la vita stessa.

Sonia Braga, che presta il meraviglioso volto alla protagonista, attraversa con grazia ed eleganza magnetiche il considerevole minutaggio della pellicola (140 minuti), catturando lo sguardo dello spettatore senza soluzione di continuità. Il suo corpo, segnato dall’età e dalla malattia, viene inquadrato con insistenza diventando l’oggetto della riflessione. Lo stesso accade per ciò che lo circonda, in virtù di una macchina da presa che indugia sui particolari e li carica di senso: i capelli corvini della donna, continuamente acconciati e accarezzati, diventano simbolo di lotta contro la malattia; il comò di legno e il vecchio giradischi sono segni tangibili di una vita ancora viva e di un passato che si rifiuta di essere cancellato.

Giorgia Maestri