In un Paese colpito da una pandemia senza cure certe e non tracciabile, sempre più persone perdono improvvisamente e inspiegabilmente la memoria. La soluzione è un programma di recupero chiamato “Nuova Identità”, che riempie di ricordi artificiali una collettività di individui senza nome, senza un passato né una storia. Spaventosamente affine al nostro tempo presente, l’opera prima del regista Christos Nikou Apples (2020), che ha aperto la sezione Orizzonti alla 77° Mostra del Cinema di Venezia, cattura un mondo distopico in 4:3 in cui la pandemia uccide non il corpo ma l’identità, innescando una complessa riflessione sulla memoria e l’atto del dimenticare. La società distopica del film reagisce facendosi macchina e industria produttrice di personalità fittizie e di strumenti tecnici rigorosamente analogici per sopperire al cancellamento della memoria e creare memorie costruite che vengono letteralmente messe in scena. Le identità a cui dà vita questa terapia, dunque, avviano l’umanità verso la più totale spersonalizzazione. Co-protagonista del film, sempre accanto ad Aris (Aris Servetalis), la macchina fotografica, nello specifico una Polaroid. Ai malati di amnesia viene infatti chiesto, da parte di una voce analogica e impersonale proveniente da un’audiocassetta, di svolgere alcune semplici attività che accomunano la maggioranza dei ricordi dell’umanità contemporanea, come andare in bicicletta o al cinema, e di fotografarsi per catturare e ricreare, o meglio inscenare, una nuova memoria e una nuova storia.

La scelta del formato analogico, che rappresenta un approccio più ragionato in quanto implica la selezione di immagini significative in opposizione all’accumulo potenzialmente infinito delle effimere immagini digitali, finisce per ottenere l’effetto antitetico: con la sua Polaroid ogni essere umano finisce con l’impressionare sulle pellicole corpi e memorie dichiaratamente svuotate. Con questa distopica rappresentazione dello svuotamento della personalità Nikou si inserisce senza appiattirsi nel contesto produttivo del suo Paese, assorbendo in modo dichiarato l’influenza della Weird New Wave greca e del principale cineasta della corrente Yorgos Lanthimos, con cui Nikou ha collaborato come assistente alla regia. Il medium significante dell’audiocassetta, ormai icona di Dogtooth (2009), ancora una volta si fa strumento di manipolazione e costruzione di personalità artificiali e controllate. Non solo: il volto senza espressione di Aris si aggiunge alla serie di maschere impassibili della nuova cinematografia greca, che da ormai un decennio mette sul suo palcoscenico corpi sgraziati, danze goffe ed emozioni meccaniche, dove persino la sessualità diventa atto programmato e puramente performativo, tanto nell’incestuoso Dogtooth, quanto nel distopico Apples.

Pur partendo da basi stilistiche evidentemente vicine, però, Nikou propone un’importante evoluzione rispetto allo stile di Lanthimos: se i personaggi di quest’ultimo appaiono come vuote marionette prive di capacità decisionale e autonomia, Aris si dimostra marionetta solamente di facciata, ponendo il dubbio che la perdita di memoria non sia l’esito di un evento improvviso come una pandemia ma di una scelta lucida e consapevole. Aris è un uomo affetto dal virus o un uomo sano che sfrutta la malattia per sopperire a qualcosa di più doloroso? In questa potenziale volontà di autocoscienza e autodeterminazione risiede l’autenticità di Aris, che nessuna delle inconsapevoli marionette dei film precedenti della Greek New Wave possedeva, dimostrando un’identità talmente forte da arrivare a scegliere di autocensurarsi, in nome e nella speranza di un futuro migliore.

In un film che nasce dal bisogno di elaborare una perdita, quella del padre da parte del regista e quella della moglie da parte di Aris, il tema dell’amnesia diventa metaforico e suggerisce che quella di dimenticare possa essere a tutti gli effetti l’esito di una scelta, presa consapevolmente per affrontare la sofferenza del lutto. Rimuovere la propria storia, fatta di memorie e ricordi emotivamente segnanti, sembra l’unico modo per poter, come dice il nome della terapia stessa, imparare a vivere. Apples (disponibile su MioCinema) si inserisce in un panorama produttivo messo in grave crisi dalle conseguenze della pandemia di Covid, in cui trovare finanziamenti è un’impresa complessa, soprattutto per gli esordienti, come racconta lo stesso Nikou, eppure riesce a proporre un’analisi che allo stesso tempo riflette sull’identità individuale e territoriale dicotomizzata di un Paese, la Grecia, che nel tentativo di dimenticare un passato doloroso ha imparato a costruirsi una nuova e forte identità, fondata su un trauma drammatico elaborato proprio tramite l’arte.

Chiara Ghidelli