Voto

6

Camera fissa, formato 4:3, bianco e nero pastoso, privilegio di campi lunghi. Quest’estetica vintage anni ’30, curata fin nei minimi dettagli con tanto di difetti di pellicola (a tratti salta o presenta segni evidenti d’usura) e post-sincronizzazione di alcune voci, sfocia però in un’ostentazione narcisistica che infonde al film un’aria artefatta.

Konchalovsky adotta un punto di vista distaccato, privo di giudizi e di pietismi, ponendo la macchina da presa e lo spettatore a distanza di sicurezza dagli orrori narrati grazie anche all’escamotage del flashback. I tre protagonisti, un’aristocratica donna russa che prende parte alla resistenza in Francia, un poliziotto francese e un fanatico nazista, raccontano le proprie vicissitudini dall’anticamera del Paradiso, in una sorta di processo liberatorio per poter accedere al mondo ultraterreno. L’ironia di questi pseudo-interrogatori distacca ulteriormente lo spettatore, che progressivamente si trova anestetizzato nell’attesa di lacrime che non gli bagneranno mai le guance.

In questo banale melò prima a tre e poi a due in un campo di sterminio, Paradise asseconda tutte le parti. Anche i nazisti, infatti, sognavano, promettevano a una Germania devastata di realizzare un Paradiso in Terra: pulizia etnica e supremazia dell’Übermensch erano la distorta illusione dell’ideologia nazista. Ma in questa riflessione prettamente verbosa Konchalovsky pecca proprio di intellettualismo retorico, metafisicismo e determinismo, sterilizzando un discorso forte solo in potenza.

Benedetta Pini