Voto

6.5

Ken Loach vince la Palma d’oro al 69° Festival di Cannes con l’ennesima rappresentazione di uno scontro tra il popolo subalterno e lo stato padrone, ripetendo quella solita struttura tanto cara al regista britannico. Il protagonista Daniel (Dave Johns) si trova in difficoltà, privato all’improvviso della possibilità di lavorare, così si rivolge allo Stato che, invece di aiutarlo, lo affossa ulteriormente, ma riuscirà a trovare sostegno e solidarietà in una madre single di due bambini (di due padri diversi, entrambi scappati), anche lei ormai allo stremo delle proprie forze.

All’umiliazione subita dalla classe media e operaia risponde allora Daniel, che rivendica la dignità dell’umano con un urlo soffocato, portando avanti una battaglia invece persa da chi si è arreso alla logica del sistema come la giovane Katie (Hayley Squires). Daniel diventa un agit-prop delle classi subalterne soffocate dalla morsa letale della cieca burocrazia che, gestita da esseri umani incapaci di comprendere l’umano, schiaccia anche chi dall’interno vorrebbe far funzionare diversamente le cose. Incapace di porsi davvero al servizio delle persone, la macchina burocratica avanza nella sua marcia insensibile senza vedere persone, nomi e cognomi, né identità, ma solamente numeri indistinti.

Questo spirito dickensiano che torna a criticare il welfare britannico – sistema invidiato da gran parte del resto del mondo –, però, si compiace troppo di sé, abbandonandosi a una struttura tragicamente semplice e insipida, patetica e ruffiana.

Benedetta Pini