Voto

5

I registi Pixar non sono immuni all’idea che i film per bambini debbano avere una morale, ma riescono a essere sempre creativi anche nel decidere che cosa insegnare al proprio pubblico: mentre troppi film d’animazione “per bambini” puntano sul classico canovaccio “credi in te stesso e segui i tuoi sogni”, nel corso degli anni la casa di produzione fondata da Steve Jobs ha tracciato vie ben più originali per veicolare i propri messaggi.  La Pixar ha insegnato che anche la tristezza è un sentimento utile (Inside Out, 2015), che non si è mai troppo vecchi per l’avventura (Up, 2009) e, nel 2003 con Alla Ricerca di Nemo, ha incoraggiato i ragazzi a non lasciarsi frenare dalle ansie ultra protettive dei propri genitori, suggerendo inoltre che la disabilità non è sinonimo di limitazione. Ed è a ribadire questo concetto che punta la trama di Alla ricerca di Dory. Se nel film del 2003, infatti, l’attenzione si soffermava sul piccolo Nemo, pesce pagliaccio con una pinna più piccola dell’altra, quest’anno la Pixar, in maniera non altrettanto originale, si sofferma su Dory, personaggio secondario del primo film, affetta da gravi perdite di memoria a breve termine.

Con l’innesto di alcuni nuovi personaggi più che azzeccati (come il polpo rosso Hank), la trama non si discosta particolarmente da quella del 2003: ci sono tre pesci (pesce1, pesce2, pesce3); nel 2003 pesce1 si perde, così pesce2 e pesce3 lo vanno a cercare; nel 2016 pesce3 si perde, così pesce1 e pesce2 lo vanno a cercare.

Sicuramente il meno “Pixar” di tutti i film Pixar, nonostante abbia dalla propria parte i flashback rivelatori del passato di Dory di cui, però, non vi era necessità, Alla ricerca di Dory non è un film all’altezza dei suoi predecessori Pixar. Un’ occasione sprecata, in quanto non completa né impreziosisce la storia originale, come invece fece Toy Story 3 rispetto ai suoi due predecessori.

Andrea Mauri