Voto

8

Nonostante l’animazione in stop motion, tenete Anomalisa al di fuori della portata dei bambini, e magari anche di certi adulti. Una pellicola intelligente ambientata in un mondo irreale eppure così verosimile, una favola cupa che cerca di rispondere a una sola domanda: che cosa vuol dire essere umani, soffrire, sentirsi vivi?

Charlie Kaufmann guida lo spettatore in un viaggio kafkiano per i meandri più reconditi della mente umana, scegliendo di rappresentare la sindrome di Fregoli (mai citata, se non nel nome dell’albergo in cui alloggia il protagonista), un raro malessere psichiatrico che spinge il malato a sentirsi perseguitato da qualcuno che si sostituisce alle persone attorno a lui o ne prende le sembianze. Il disturbo rientra nelle sindromi deliranti da misidentificazione e porta Michael Stone a vedere gli stessi tratti somatici nelle persone che lo circondano e a sentire sempre una stessa voce (mentre per noi si tratta di un unico doppiatore). Se lo spettatore rimane all’inizio interdetto e confuso per l’effetto alienante della malattia, piano piano entra in empatia con la mente di Stone, con il suo malessere e con la sua profonda crisi esistenziale. Annichilito dalla noia, Stone vede tutto grigio e omologato: ogni persona che incontra ha lo stesso viso e la stessa voce della moglie che, personificazione dell’oppressione della piatta routine familiare e lavorativa, lo perseguita e lo ama in modo ossessivo. Ma il viso della moglie è anche quello dell’unica donna che Stone abbia mai amato e poi abbandonato senza un vero perché; emblema di un’angoscia irrisolta che lo perseguita da più di dieci anni.

E la voce fuori dal coro? Uno sprazzo di effimera felicità destinata a finire esattamente com’era iniziata, un breve sipario di arricchimento reciproco prima che ognuno torni sulla propria strada; simbolo della malinconica data di scadenza di ogni relazione amorosa.

Benedetta Pini