Voto

8

I due minuti e mezzo dell’eterea e morbida Intern, l’intro di My Woman, svelano qualche tratto della natura eterogenea del nuovo lavoro di Angel Olsen.

L’artista ha scelto di sondare il grande e delicato mondo dell’essere donna con testi e melodie che sembrano rifletterne tutta la complessità, in un prisma di colori preziosi e diversificati. Come la natura femminile sa stupire e affascinare con le contraddizioni interne e la compresenza di tratti anche fortemente opposti, allo stesso modo in My Woman coesistono interpretazioni vocali e sfaccettature sonore anche polarmente differenti. Chitarre nirvaniane e batterie decise in Give it up, assoli e fresche atmosfere anni ‘60 in Never Be Mine, un indie rock spumeggiante al limite del grunge in Shut up and Kiss Me, per poi passare a brani malinconici, delicati (Sister o Those Were the Days) e quasi imploranti come Pops, una ballata che culla la voce dell’artista con un pianoforte, e Woman, in cui una batteria stanca accompagna le melodie trasognanti anni ‘80 che rimandano al sound dei TOPS.

My Woman è un disco dalle tante anime, cantate da una voce che fa eco alla migliore tradizione femminile degli ultimi decenni. E l’eterogeneità melodica non è il solo punto di forza dell’album: la disinvoltura nel passare da un genere all’altro e la limpidezza emotiva nell’affrontare l’essenza del femminile contribuiscono a distinguere il disco dai precedenti lavori di Angel Olsen, nonché a renderlo la vetta più alta della sua carriera artistica.

Valeria Bruzzi