“Quel che si vede nell’inquadratura non si esaurisce nella sua raffigurazione visiva, ma allude soltanto a qualcosa che si estende all’infinito al di fuori dell’inquadratura, allude alla vita”. Così Andrej Tarkovskij definiva il principale scopo del suo lavoro: realizzare un’opera che non fosse fine a se stessa, che non si esaurisse nell’attimo in cui il film termina e iniziano i titoli di coda, ma che alludesse a qualcosa di più grande e importante, di carattere universale. Quel “qualcosa” è una ricerca di se stessi, che è ciò a cui i personaggi tarkovskiani aspirano in ogni film: sono persone sospese che attraversano momenti tragici, in balìa di un tempo che non scorre ma fluttua, intrappolati nei propri desideri tra passato e presente, simboli di un radicato e ineluttabile pessimismo.

Rientra in questa tipologia il protagonista de Lo Specchio (URSS, 1974), che ripercorre, in fin di vita, i momenti più importanti del proprio passato per trovarvi un senso e uno scopo che possano rassicurarlo ora che la sua esistenza è giunta quasi al termine. E non è un caso che Alekseij torni sempre all’immagine fissa della madre, fonte di sicurezza e amore, nonché riflesso biografico del regista e del suo rapporto con i genitori. Nel film sembra infatti essere lo stesso Tarkovskij alla ricerca di se stesso, creando continue analogie tra sé e il protagonista e dando molto spazio all’infanzia, in quanto “nell’infanzia tutto è davanti a me e tutto è ancora possibile”.

stalker

Il ruolo dei genitori sembra essere la chiave di volta per trovare se stessi: lo è anche per Kris, protagonista di Solaris (URSS, 1972), che in preda al delirio vedrà sovrapporsi l’immagine della defunta madre a quella della donna amata. Ma ancora più simbolica è la scelta di Tarkovskij di fare incontrare Kris e suo padre sia prima di partire per il lungo viaggio su Solaris, sia al termine del film, quando crede di essere tornato sulla Terra: la partenza di Kris assume allora il significato di un viaggio più spirituale che scientifico. “C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato”.

L’esperienza di Kris si ricollega a quella di Porcospino, il protagonista di Stalker (URSS/Russia/Germania, 1979), un uomo che voleva recarsi alla Zona, il luogo utopico che esaurisce solo ed esclusivamente i più profondi desideri di chiunque vi si rechi. Porcospino giunge alla Zona per poter resuscitare il fratello morto, ma una volta arrivato gli viene donata un’incredibile ricchezza. Secondo Tarkovskij siamo tutti Porcospino: crediamo di volere qualcosa, ma non facciamo altro che mentire a noi stessi perché non siamo in grado di ammettere i nostri veri desideri, né di riconoscerli. In realtà, infatti, ci si reca nella Zona per cercare se stessi: chi accede a quel luogo vuole esaudire il proprio desiderio, ma allo stesso tempo ha paura di che cosa potrebbe ottenere, di scontrarsi con la propria vera natura e di non essere in grado di accettarla.

Alessia Arcando

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