Il sipario è calato sul 36esimo Festival Internazionale di Cinema di Sulmona. Forte di una notevole tradizione storica, vanta una programmazione sopra la media: affiancati alla sezione videoclip e ai cortometraggi di origine abruzzese, trenta i cortometraggi in gara nel concorso internazionale, tra i quali si sono distinti cinque piccoli gioielli estetici e narrativi. Firmati da registi emergenti da cui aspettarsi un’evoluzione notevole, contribuiscono a smantellare il pregiudizio – fortemente italiano – del cortometraggio come versione cheap e preparatoria del lungometraggio, affrontandoli invece in quanto vera e propria forma cinematografica. Ecco cinque modelli sotto i venti minuti.

Acquario, Lorenzo Puntoni (15′)

Con forti influenze da un certo cinema alla Gus Van Sant, Acquario è un claustrofobico cortometraggio denso di magistrali virtuosismi registici che dimostrano solidità nell’utilizzo del mezzo espressivo e capacità di renderlo pura narrazione, attraverso un quarto d’ora di forte carica emotiva. Una punta autoriale nel cortometraggio italiano da non perdere, di un regista emergente dall’enorme potenziale.

Fuck Different, David Barbieri (9’59”)

Irriverente e brillante, Fuck Different con scelte attoriali azzeccate e un abile uso della fotografia ricrea l’ambiente caotico in sottofondo a un’inflazionata vicenda da sabato sera dalla tonalità leggera ma non superficiale. Una destrutturazione degli stereotipi sociali efficace e senza censure.

Pater Familias, Giacomo Boeri (10′)

Una sorta di canto del cigno di una vittima dei meccanismi relazionali più perversi della comunicazione virtuale. Privo di dialoghi e contornato da una colonna sonora vivaldiana, il film disseziona in una concatenazione paradossale di eventi un tentativo di adattamento al proprio tempo, senza mai porre uno sguardo etico e con un’equilibrata sagacia narrativa.

The Mute, Pham Tien Ham (15′)

In sintonia con la tradizione estetica di un cinema orientale tormentato e intimista, The Mute, cortometraggio vietnamita, è il racconto per immagini di un’ultima notte, a cavallo fra un addio difficile e un nuovo inizio. Attraversato da spazi notturni bui e solitari affiancati a locali affollati e densi di luci neon, il film descrive una solitudine profonda e incolmabile ma mai espressa a parole.

Fauve, Jeremy Compte (16’24”)

Cortometraggio canadese, Fauve è tante cose insieme: una sorta di fotografia suggestiva di una tragedia in consumarsi, un film sulla perdita e sul dolore della crescita, la storia di una complicità. Il regista lavora in modo peculiare su una sceneggiatura impeccabile, una fotografia d’impatto e una sorprendente abilità nel dirigere due preadolescenti nelle loro interpretazioni di una potenza comunicativa fuori dal comune. Un gioiellino contemporaneo, che dimostra anche nell’ambito dei cortometraggi una padronanza di quell’approccio canadese in fatto di cinema che da qualche anno sta facendo scuola.

Carlotta Magistris

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