Voto

7.5

Era il 1975 quando l’avamposto di Saigon cadde, decretando la fine della sanguinosa guerra vietnamita. Qualche mese dopo, l’Angola proclamava l’indipendenza dalla dominazione portoghese, protratta per secoli a danno della popolazione autoctona, costretta sotto il peso di un controllo autarchico sostenuto dagli Stati Uniti. Le ragioni? Poche e vecchie come il mondo: il controllo sulla produzione di oro e diamanti in una terra così ricca di risorse minerarie. Nonostante la lontananza, la desolazione e il pericolo, alcuni giornalisti partecipano più o meno attivamente al conflitto e testimoniano quella atroce realtà. Tra loro c’è anche Ryzard Kapuscinski, fotoreporter polacco noto per la sua corrispondenza estera dai Paesi più caldi del pianeta. A distanza di una quarantina d’anni il suo libro è diventato un film grazie a Raúl de la Fuente e Damian Nenow: Ancora un giorno.

Così come era stato per Valzer con Bashir (2008) di Ari Folman, la tecnica utilizzata è quella dell’animazione per adulti: una riuscita scelta simbolica che volutamente stride con i ricordi di una memoria storica scomoda e dolorosa. Completa la pellicola una serie di interviste ai personaggi che quella guerra l’hanno combattuta, assicurando al lavoro un’attenzione documentaristica che non interrompe il ritmo narrativo e, anzi, lo alimenta. Perché si abbia la sensazione di sfondare il muro costruito per nascondere le atrocità della Guerra Fredda, i registi inseriscono momenti onirici, che con uno stile grafico surreale danno forma ai pensieri e agli incubi del protagonista, rappresentando quella confusão tipica dei momenti di disillusione e stanchezza. La chiosa dell’intera pellicola è pregnante: una riflessione sul ruolo deontologico del giornalista, sul peso delle sue scelte e sull’eventualità di intervenire sul corso degli eventi pur di testimoniare in modo intimo il destino di un mondo che altri hanno deciso diventasse terzo.

Agnese Lovecchio