Voto

8.5

Il pattern di partenza è noto e già visto: una giovane ragazza madre fugge dalla sua famiglia problematica e disfunzionale per intraprendere un viaggio on the road. È questa la scelta di Star (Sasha Lane), 18enne dell’Oklahoma che dopo un primo breve ma intenso incontro con l’eccentrico Jake (Shia LaBeouf) decide di seguirlo, aggregandosi alla sua comitiva diretta verso il Midwest. Quello di American Honey, vincitore del premio della giuria a Cannes 2016 e disponibile su Netflix, non è però il racconto di un banale percorso on the road che tenta di rincorrere il leggendario American Dream. Il viaggio di Star e gli altri non è destinato a esaurirsi, né si limita ad attraversare grandi città fantastiche come Los Angeles e New York, che solitamente dominano l’immaginario visivo e i sogni di molti giovani spettatori.

Jake è il rappresentante di una carovana teen che vagabonda per gli Stati Uniti nel tentativo di vendere porta a porta abbonamenti a riviste che nessuno vuole compare. Sono ragazzi e ragazze senza passato e senza qualcuno che senta la loro mancanza quando sono in viaggio, che se sognano un futuro lo fanno comunque in piccolo, immaginando magari di poter vivere in una roulotte nel mezzo di un bosco. American Honey è il ritratto di una realtà che è stata poi raccontata anche nel 2017 in Un sogno chiamato Florida (The Florida Project) di Sean Baker (disponibile anche questo su Netflix), di una gioventù costretta alla povertà da un sistema capitalista incentivato dallo stato stesso, che condanna e relega alla marginalità chiunque non rientri in un ordinario schema produttivo. Star e i suoi colleghi si ribellano, pur adeguandosi. Il gruppo fa infatti proprie le dinamiche e le caratteristiche di una qualsiasi azienda redditizia, ma il loro mezzo di trasporto è un furgone e il loro alloggio sono motel fatiscenti. Hanno il loro regolamento, i loro riti e il loro boss severo e cinico, Krystal (Riley Keough).

Il flirt tra Star e Jake porta un accenno di sviluppo nella trama di un film che si nutre della ripetizione come unico andamento possibile di un viaggio senza meta. Lo stile sporco, fatto di riprese con camera a mano, piani ravvicinati, formato 4:3 e fotografia naturalistica, conferisce al film un’intimità profonda e viscerale, che trascina lo spettatore dentro all’emotività complessa e dolente dei personaggi. Sono proprio gli incontri e i confronti tra i due protagonisti a fare crollare drammaticamente il loro ingenuo tentativo di trovare la propria dimensione al di là di quella normalità sociale che li stigmatizza e li esclude, ma dalla quale non riescono davvero a emanciparsi. La storia d’amore tra i due ragazzi svela inevitabilmente la loro natura selvaggia, onesta e degradante, propria dei reietti. D’altronde, sono due persone che hanno trovato l’amore in un luogo senza speranza, come canta Rihanna in We Found Love – pezzo che risuona più volte durante il film in una colonna sonora travolgente composta da hit country e hit hip hop/street. Grazie alla musica e al taglio indie, l’autrice britannica Andrea Arnold è riuscita a portare sullo schermo il racconto onesto ed emotivo di un’esistenza abbandonata a se stessa in un paese fatto di contraddizioni e profondi divari economici e sociali.

Francesca Riccio