1. Somewhere in America

L’ampio minutaggio reso accessibile dalle serie tv ha permesso di trasporre sul piccolo schermo opere letterarie quasi integralmente, senza doversi confrontare con un’ostica operazione di selezione. Ed è questo il caso di American Gods, che riporta in modo quasi letterale non solo le vicende del romanzo di riferimento, ma ne riprende anche la struttura, aprendo ogni puntata come il libro apriva ogni capitolo: un inciso che racconta come le principali divinità abbiano raggiunto il Nuovo Mondo. La CGI fa il resto, consentendo di mettere in scena anche le trovate più folli partorite dalla penna di Neil Gaiman (che ha supervisionato personalmente l’adattamento). Il risultato è una sceneggiatura abbastanza solida da fare propria la molteplicità di punti di vista narrativi per rimanere il più possibile nel solco del romanzo: intere puntate vengono dedicate all’approfondimento di personaggi secondari, il ritmo della narrazione si mantiene lento e ponderato e perfino i dialoghi si prendono il loro tempo, sfoggiando una raffinatezza e una complessità degne della loro controparte cartacea.

2. L’oppio dei popoli

La serie alterna momenti in cui gli effetti speciali sono allo stato dell’arte e altri in cui sembrano essere rimasti a 20 anni fa. Un artificio retorico per segnare la differenza tra vecchi e nuovi dèi anche da un punto di vista visivo: da una parte un design sinuoso e tecnologico, dall’altra la gloria un po’ pacchiana delle religioni, come se un Apple Store venisse aperto nel bel mezzo del Santuario di Lourdes. La serie affronta così una problematica inquietante: la tecnologia ha preso il posto delle antiche divinità. Non interroghiamo forse la televisione o il nostro smartphone per sapere che tempo farà, per organizzarci o per prendere una decisione? Ecco allora che, seppur con le dovute differenze, i due sistemi finiscono per sovrapporsi e convivere meravigliosamente; come se un’antica dèa dell’amore si trovasse nella società di oggi e decidesse di costruire il proprio tempio su Tinder.

3. “Perchè mi hai veduto, hai creduto”

Netflix conta sulla forza del numero, Amazon puntano sulla forma del prodotto cinematografico. Grazie al lavoro di registi dallo spiccato talento visivo come Floria Sigismondi (che ha diretto i videoclip di David Bowie), American Gods raggiunge notevoli picchi di messa in scena, tra una spettacolare aspect ratio panoramica, rallenti enfatici e close-up drammatici sui volti dei personaggi o sui dettagli.

4. “Non sapete nemmeno di essere neri. Per ora siete solo persone”

Sebbene sia stata scritta e girata prima dell’elezione di Donald Trump, la prima stagione di American Gods era strettamente legata alla situazione attuale statunitense e, già un anno fa, affrontava quelli che sarebbero stati gli argomenti caldi sollevati dalla nuova amministrazione statunitense, come la proliferazione delle armi da fuoco, il razzismo e, soprattutto, l’immigrazione. Dai Jinn arabi ai leprecauni irlandesi, il Pantheon rappresentato dagli dèi Americani è un caleidoscopio di razze e culture: una rappresentazione forte e significativa di quanto la presunta “identità americana” tanto cara ai sovranisti non sia altro che il risultato delle continue migrazioni che hanno attraversato la storia del Paese, ciascuna delle quali ha portato con sé le proprie credenze e culture fino a formare quel melting pot culturale ricco e inclusivo che i sostenitori di Trump hanno dimenticato troppo in fretta.

5. Non avrai altro dio al di fuori di me

Se la prima stagione è stata accolta positivamente da pubblico e critica, la seconda, in uscita oggi, ha destato più di un brivido in appassionati e addetti ai lavori in seguito alla defezione dei due showrunner Bryan Fuller e Michael Green e dell’attrice Gillian Anderson. Voci di corridoio hanno parlato di uno scontro tra i due autori e Neil Gaiman scatenata dalla volontà degli sceneggiatori di allontanarsi dal materiale di partenza. Lo stesso Fuller è stato recentemente licenziato dalla troupe di Star Trek: Discovery proprio a causa delle lamentele del fandom, che aveva trovato la prima stagione eccessivamente eterodossa rispetto al canone. In un panorama mediatico in cui le narrazioni si trasformano in enormi franchise, sono i fan a guidare la politica delle case di produzione, terrorizzate dal rischio che ogni cambiamento possa essere percepito come un “tradimento” e danneggi i risultati dello show. Da Star Wars a Game of Thrones, passando per l’universo Marvel, questa dinamica si traduce in una continua ripetizione di formule consolidate, a discapito di originalità e creatività.

Francesco Cirica