Presentato in anteprima alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, America Latina è il terzo lungometraggio di Damiano e Fabio D’Innocenzo, uscito nelle sale lo scorso 13 gennaio 2021. Per cogliere l’essenza del film, basta osservare la grafica del poster alternativo a quello ufficiale, con un uomo che si addentra verso degli anfratti oscuri. Quest’uomo è il protagonista Massimo Sisti (Elio Germano), un dentista dalla vita apparentemente molto appagante, economicamente benestante, con un lavoro sicuro, una moglie che lo ama (interpretata da Astrid Castali), figlie diligenti e una notevole proprietà immobiliare. Ed è proprio la casa a svolgere il ruolo di seconda protagonista della vicenda: spazio psicologico e metaforico che divide il sopra e il sotto, il visibile e il non-visibile, il mondo esterno e interno del protagonista. A detta dei registi, un non-luogo sospeso nello spazio e nel tempo, che cela il segreto di una brutalità silente contrapposta alla pacata quotidianità di Massimo.

Fin dalle prime scene, America Latina si presenta per quello che è: un thriller psicologico sul tema del doppio, ma anche un dramma esistenziale, che vede al centro Massimo e la scoperta di un lato oscuro negato che piede dentro di lui minuto dopo minuto mentre assistiamo alla distruzione inesorabile della sua psiche. La suspense emotiva costante della vicenda si coniuga al linguaggio del filmico, che porta in scena un implicito ma travolgente cinema degli eccessi, soffocando il pubblico con inquadrature asfissianti e primi piani schiacciati, accompagnati da un sonoro minuzioso che ci fa sentire il respiro di Massimo sul collo, costruendo una messa in scena immersiva quasi a là Gaspar Noé.

Se ne La terra dell’abbastanza (2018) il tropo della discesa agli inferi era rappresentato dalla caduta nel baratro della criminalità da parte di due adolescenti delle borgate romane e in Favolacce (2020), Miglior sceneggiatura al Festival del cinema di Berlino 2020, dalla vita familiare della periferia romana, in America Latina il crollo avviene nell’interiorità del protagonista, in dialogo lo spazio filmico: il disagio è crescente, nella sfera sia pubblica che privata; da un lato, una Latina che sembra l’America del Sud, in cui gli unici elementi caratterizzanti sono piccoli abbozzi di prati e spazi aperti tra il cemento e le fabbriche; dall’altro, la villa isolata, narratrice onnisciente dell’oscuro segreto del protagonista. In questo scenario, le distanze fisiche dello spazio diventano distanze metaforiche di unimpossibilità comunicativa e di una repressione emotiva che attanagliano il protagonista.

Pietro Leonardi