Peter Jackson è un regista, sceneggiatore e produttore americano noto per film come Il Signore degli Anelli (2001-2003), Lo Hobbit (2012-2014) o District 9 (2009), ed è per questo che viene solitamente associato al genere fantasy, d’avventura, splatter o demenziale (Fuori di testa, 1987; Splatters – Gli schizzacervelli, 1992). All’interno di questa filmografia, però, trova inaspettatamente spazio un lungometraggio che, sebbene rientri nei canoni dell’horror, rivela una drammaticità emotiva e una crudezza inedite per il regista: Amabili restidisponibile su Netflix. Film del 2009 scritto insieme alla moglie Fran Walsh e a Philippa Jane Boyens, già co-sceneggiatrici di altri film di Jackson, è l’adattamento del romanzo omonimo di Alice Sebold (sequel di Lucky, 2002), che nel 2002 si affermò come il più grande successo editoriale di un’opera prima dall’epoca di Via col vento (1936).

Il film si apre con un uomo che conduce una ragazza in un rifugio sotterraneo, dove la violenta brutalmente per poi ucciderla. In seguito a questo trauma, Susie si trova in un limbo tra la vita e la morte, dal quale può seguire le esistenze della sua famiglia, dei suoi amici e dell’uomo che l’ha stuprata. Lavorare su un racconto autobiografico così intimo, che tratta di un violento stupro subito dall’autrice, non è semplice, e infatti il film ebbe una gestazione piuttosto complicata. I diritti cinematografici furono acquistati nel maggio 2000 dallo studio cinematografico inglese Film4 Productions, quando il romanzo era ancora in fase di scrittura, ma il fallimento della società bloccò la produzione, che riprese solo qualche mese più tardi per la regia di Lynne Ramsay, affiancata da Liana Dognini e dalla stessa Sebold. Ma il progetto si arena nuovamente, finché nel 2007 Peter Jackson acquista i diritti del romanzo e inizia la scrittura della sceneggiatura insieme a Walsh: il film uscirà nel 2010 suscitando critiche contrastanti ma andando discretamente al botteghino.

Amabili resti fu una sfida, e non solo per motivi produttivi. Il regista dovette infatti allontanarsi dal suo consolidato registro cinematografico trash-fantasy, e ci riuscì grazie a una serie di accorgimenti dovuti anche alla collaborazione delle altre due sceneggiatrici. Uno su tutti la scelta di smussare gli aspetti più morbosi e lugubri della trama in favore dell’elaborazione psicologica di Susie. L’uso della soggettiva della protagonista, inoltre, spinge il pubblico a empatizzare con le sue paure e sofferenze, intessendo una suspense alla Hitchcock. Riuscito anche il casting: la giovanissima e ancora poco conosciuta Saoirse Ronan si cimenta per la prima volta in un ruolo così complesso, dimostrando di avere un grande potenziale. Un irriconoscibile Stanley Tucci fa emergere la dualità pricologica del killer George Harvey, mentre i genitori smarriti della ragazza sono interpretati dai due divi del cinema Mark Wahlberg e Rachel Weisz. La decisione di cambiare il finale si rivelò altrettanto efficace. Durante la preview di prova, che prevedeva una morte dignitosa per George, il pubblico protestò, come racconta Jackson: “Molte persone ci spiegarono di non essere soddisfatte della scena della morte, volevano vedere Harvey in agonia, soffrire molto di più”. Questa reazione convinse il regista a rifare la scena per soddisfare gli spettatori.

Per un autore come Peter Jackson, nato dal fantasy e dallo splatter, assumersi l’incarico di girare un progetto così intimo e complesso era un grande rischio, e sarebbe stato facilissimo scivolare nel banale. Invece, ha dimostrato di essere capace non solo di uscire dalla propria comfort zone, ma anche di cimentarsi in un racconto che molto spesso pecca di un punto di vista sessista, che finisce con lo stereotipare la figura femminile: Amabili resti mostra le sfaccettature e le stratificazioni di una protagonista ben lontana dai soliti cliché.

Velitchka Musumeci