Arriva direttamente da Novara il ventitreenne Pietro Coccato, in arte Pit Coccato, giovane musicista che sa come stupire il suo pubblico attraverso un folk ispirato al mondo anglosassone. Una voce calda e una chitarra sono tutto ciò che usa per intraprendere un viaggio, accompagnato da melodie che spaziano dall’alternative rock al folk, presentati nel suo nuovo album intitolato What I Need. Dopo il debutto con l’EP d’esordio I Can’t Stand the Radio Playing nel 2018, l’artista ha dato inizio a una nuova fase del suo percorso musicale. Abbiamo deciso di fare due chiacchiere con lui per capire meglio il suo progetto.

Chi è Pit Coccato e come nasce il suo approccio con la musica?
Pit Coccato è un musicista fuori moda, o almeno così si considera. Non credo che la moda se ne sia accorta. Ciò che gli importa è essere sincero nel modo di scrivere e suonare. Il buon mio rapporto con la musica lo devo alla mia famiglia. In casa hanno sempre suonato vinili di Otis Redding, Beatles e Led Zeppelin. Partendo da questi giganti della musica del ventesimo secolo non ho potuto che poter approfondire i miei ascolti senza mai aver paura di sentire “qualcosa di troppo strano”. Ho iniziato a suonare la chitarra a circa undici anni poco dopo la batteria e poi il basso, strumenti che ho suonato in varie band. Mi ha sempre affascinato l’idea del “tuttofare”, del conoscere nel profondo l’arte del musicista.

Sei per metà italiano e per metà irlandese, come affronti questo bilinguismo all’interno dei tuoi testi?
Scrivo i miei testi in inglese, per ora, perché credo di riuscire a esprimere meglio quello che mi emoziona di più, specialmente cantando canzoni alt-folk. Non è mai stata una questione di scegliere tra italiano e inglese, la canzone si forma nella mia testa già con una lingua precisa. Inoltre credo che scrivere in italiano sia un po’ più difficile, le parole hanno una cadenza e fonetica ben diversa. Non vorrei mai trovarmi a pubblicare un lavoro di cui non ho il pieno controllo di quello che dico, magari cercando rifugio in figure retoriche abusate o rime scontate. Per ora le canzoni mi vengono soltanto in inglese.

Microsoft Word – INTERVISTA x PIT COCCATO.docx

Da cosa trai maggiore ispirazione solitamente per regalare ai tuoi brani quel senso di evasione che li caratterizza a partire dalle melodie?
I miei brani traggono tutti spunto da esperienze che ho provato sulla mia pelle che mi hanno emozionato a tal punto che ho dovuto scriverci una canzone. O meglio, la canzone si è scritta usandomi come medium, melodie comprese. È come vomitare, non puoi farci niente, senti lo stimolo e vomiti, solo che in questo caso vado orgoglioso delle composizioni che escono. Spero che la gente possa apprezzare questa sincerità.

Soprattutto in una fase storico-sociale complessa come quella che stiamo affrontando da mesi ormai, come artista quali sono i tuoi pensieri e a cosa ti aggrappi di più a livello stilistico?

La situazione sanitaria, ha dell’incredibile. C’è poco da pensare quando gli ospedali sono sull’orlo del collasso. In quanto artista non posso fare a meno di notare che il mio settore, parlando di cultura a trecentosessanta gradi, è considerato molto poco dalle istituzioni, è sempre stato così, ma ora abbiamo preso più consapevolezza della nostra condizione. Non è tollerabile quest’indifferenza perché il clima che vi si genera attorno è ostile, se il clima è ostile cadremo in un circolo vizioso dove l’utente sarà sempre più pigro, sempre meno coinvolto nel progresso artistico.

In un paio di videoclip musicali ci sono particolari riprese di paesaggi selvaggi come la montagna, la prateria o la brughiera irlandese. Che importanza hanno per te questi luoghi? Mi sono ritrovato più volte a fumare un sigaro in questi paesaggi selvaggi per cercare di affinare l’ispirazione. Hanno sempre giocato un ruolo secondario, la scrittura delle canzoni si è sempre sviluppata con persone con cui ho avuto relazioni sociali. Praterie, montagne o la brughiera irlandese mi hanno sempre aiutato a mettere in ordine le idee.

Quest’anno hai pubblicato il tuo primo EP, What I Need, con ben nove tracce: qual è l’idea alla base della produzione?
L’idea alla base della produzione è sempre stata la sincerità. A partire dalla gamma di suoni grezzi che un po’ caratterizzano il disco fino agli arrangiamenti che sono ridotti all’osso. Ho voluto pubblicare un prodotto nudo e crudo pur sempre mantenendo tracce facilmente canticchiabili. Il tema principale affrontato in questo lavoro è il confine tra sanità e follia, un dialogo con la mia coscienza che è rappresentata dalle seconde voci, che hanno in più occasioni un volume quasi pari a quello della mia voce. Nei testi viene detto in maniera quasi esplicita.

Da cosa deriva la scelta di questo titolo?
La scelta del titolo deriva da una canzone al suo interno What I Need, la traccia che meglio riesce a sintetizzare il messaggio che volevo lasciare con questo disco, sia nel contenuto dei testi che nell’arrangiamento. Inoltre le iniziali delle parole formano la scritta “WIN”, vittoria; ironia della sorte il giorno dopo che è uscito l’Italia era in lockdown.

Per concludere: due dischi del cuore, quali sceglieresti e perché?
Questa penso che sia la domanda più difficile tra tutte. Non so mai scegliere. Pistola puntata alla tempia direi: Rain Dogs di Tom Waits e Kid A dei Radiohead. Sono due album che hanno rotto gli schemi dei loro tempi ignorando, ogni tipo di tendenza e logica di mercato, e nonostante questo hanno rivoluzionato il mondo della musica.

Giulia Di Martino